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Funzione sociale delle pratiche curatoriali

No curator is an island

FILIPA RAMOS

Conversazione con Mary Anne Staniszewski

Lo scorso mese l’Istituto Svizzero di Roma ha organizzato, a Venezia, Harald Szeemann in context, un summit di due giorni dedicato alla riflessione e all’analisi del noto curatore. Attraverso un intenso programma e una fitta agenda, l’incontro ha ospitato diversi contributi, da quelli dal tono più intimo e aneddotico, a quelli volti a un’analisi delle metodologie del suo lavoro; dalla rivisitazione di momenti specifici della sua carriera, fino alla discussione del senso del reale utilizzo della sua eredità.
A conclusione dell’incontro, l’intervento di Mary Anne Staniszewski ha introdotto un passaggio fondamentale rispetto al momento attuale, sottolineando la necessità di considerare la situazione politica e sociale contingente – con gli importanti avvenimenti di occupazione e le agitazioni che stanno dilagando a livello globale, da Piazza Tahrir a Zuccotti Park –, al fine di dare un nuovo senso alla complessiva indagine della figura curatoriale, nell’ambito di una sfera culturale più ampia. È sembrato quindi logico proseguire la conversazione con Mary Anne Stanizewski riguardo al suo discorso sulla funzione sociale delle pratiche curatoriali. Ed è così che, tenendo a mente il suo manifesto in cui dichiara che “la curatela, come la creazione d’arte, può essere un catalizzatore per il cambiamento culturale e sociale” e prestando particolare attenzione alla sua lunga collaborazione con lo spazio indipendente newyorchese Exit Art, abbiamo approfondito pensieri, ricordi, esperienze.

Filipa Ramos Non potremmo cominciare la nostra conversazione senza ricordare la drammatica e recente scomparsa di Jeanette Ingberman, che deve averti scosso profondamente nel privato e in ambito lavorativo. Proprio riguardo a questo, vorrei domandarti di parlare della tua esperienza in collaborazione con Exit Art e sapere cosa pensi circa il futuro di uno spazio espositivo alternativo così importante.

Mary Anne Staniszewski Exit Art è stata, in un certo senso, Jeanette Ingberman e Papo Colo. Hanno dato vita a uno spazio alternativo che col tempo si è trasformato in un centro culturale e che ha quel tipo di qualità che associerei a un gesamtkunstwerk. Colo si è sempre occupato del design delle mostre, delle pubblicazioni, degli inviti e dei materiali per la programmazione, dal momento che ha una formazione artistica, mentre Jeanette aveva uno slancio più storico-artistico, teorico e nel complesso manageriale, essendosi formata come storica dell’arte e curatrice; inoltre avendo ricoperto, in età molto giovane, una posizione importante al Bronx Museum, era piuttosto addentro alla scena contemporanea. Insieme pensavano le mostre e la programmazione. Colo è interessato a proseguire con il teatro e in qualche modo con il programma ecologico attraverso l’iniziativa S.E.A. (Social Environmental Aesthetics). E c’è un’altra area che Jeanette e Colo erano intenti a sviluppare, che non è ufficialmente una parte di Exit Art: si tratta della residenza per artisti-studenti che hanno cominciato ad avviare a Puerto Rico. Jeanette e Colo avevano comprato un po’ di terra vicino alla foresta El Yunque, dove avevano costruito alcuni padiglioni, con l’idea iniziale di realizzare una residenza creativa sostenibile, che ora potrebbe diventare piuttosto un programma educativo incentrato sulle Americhe. È ancora a uno stadio di studio, ma credo che Colo continuerà a svilupparlo. Quindi, dobbiamo aspettare di vedere come si evolverà il tutto, ma è chiaro che non sarà più Exit Art di prima. Come ha detto recentemente Antoni Muntadas, mentre discutevamo la situazione attuale: “Exit Art è sempre stato Jeanette e Colo, due energie complementari!”.

Questo discorso si collega al modo in cui alcune figure siano così carismatiche e artisticamente creative, e a come certe pratiche e alcune istituzioni siano loro così intimamente associate, come si è anche discusso in questi giorni nel corso del dibattito sulla figura di Harald Szeemann. E questo non ha nulla a che vedere con la creazione di miti di stampo pre-moderno, è piuttosto una sorta di celebrazione delle possibilità di ciò che un essere umano o una collaborazione sono in grado di realizzare. Exit Art è stato un collettivo, un’istituzione aperta a interventi di curatori, artisti, attivisti e studenti, e questi progetti hanno rappresentato un canale creativo per le idee di diverse comunità e diverse questioni.

La prima mostra di Jeanette e Colo è stata Illegal America (1982), un’esposizione sull’arte censurata e sugli artisti che, producendo il proprio lavoro, sono entrati in conflitto con la legge. Inoltre, gran parte della programmazione iniziale aveva a che fare con gruppi e temi non affrontati generalmente dal mainstream artistico, per cui Exit Art ha assunto l’identità di spazio multiculturale, prima che “multiculturale” divenisse un termine! Ricordo che a un certo punto la gente cominciò a definirla una galleria “del terzo mondo”, tanto che per un po’ Colo e Jeanette la chiamarono “Exit Art: the first world” [Exit Art: il primo mondo].

To be continued on …http://www.undo.net/it/magazines/1330616594

Cittadellarte

Cittadellarte ha come scopo di ispirare e produrre un cambiamento responsabile nella società attraverso idee e progetti creativi.
Cittadellarte-Fondazione Pistoletto viene istituita nel 1998 come attuazione concreta delManifesto Progetto Arte, con il quale l’artista Michelangelo Pistoletto propone un nuovo ruolo per l’artista: quello di porre l’arte in diretta interazione con tutti gli ambiti dell’attività umana che formano la società.
Cittadellarte è un grande laboratorio, un generatore di energia creativa, che sviluppa processi di trasformazione responsabile nei diversi settori del tessuto sociale.
Il nome Cittadellarte incorpora due significati: quello di cittadella, ovvero un’area in cui l’arte è protetta e ben difesa e quello di città, che corrisponde all’idea di apertura e interrelazione complessa con il mondo.
Le attività di Cittadellarte perseguono un obiettivo di base: portare operativamente l’intervento artistico in ogni ambito della società civile, per contribuire a indirizzare responsabilmente e proficuamente le profonde mutazioni epocali in atto.
Cittadellarte è strutturata organicamente secondo un sistema cellulare. Essa si configura in un nucleo primario che si suddivide in differenti nuclei. Questi prendono il nome di Uffizi. Ogni Ufficio conduce una propria attività rivolta ad un’area specifica del sistema sociale.
Le finalità degli Uffizi consistono nel produrre un cambiamento etico e sostenibile, agendo sia su scala globale che locale.
Gli Uffizi attualmente attivi si occupano di Arte, Educazione, Ecologia, Economia, Politica, Spiritualità, Produzione, Lavoro, Comunicazione, Architettura, Moda e Nutrimento.

Notes from Temporary Kunsthalle: VIKTOR MISIANO e BARTOLOMEO PIETROMARCHI

22 Aprile 2012, 6pm from Como….Fondazione Antonio Ratti

….preparativi XIX. incontro  Temporary Kunsthalle….

Viktor Misiano    http://www.fondazioneratti.org/mostre/249/xix_temporary_kunsthallen

Storia di Manifesta (biennale): valore del locale e del globale

Manifesta Magazine: rivista teorica sulla curatela.

Bartolomeo Pietromarchi   http://www.fondazioneratti.org/mostre/249/xix_temporary_kunsthallen

MACRO di Roma : molto vicino ad un centro di produzione di arte

The end

Temporary Kunsthalle in Berlin

After two years of programming, with an installation by John Bock, on 31 August Berlin’s Temporäre Kunsthalle closes its doors. An architecture report from Berlin

The curtain is closing on Berlin’s “Temporäre Kunsthalle”. After two years of programming which has included works by Katharina Grosse, Phil Collins and Simon Starling, the final exhibition of the art space will be John Bock’s FischGrätenMelkStand (herringbone milking parlor), after which the scaffolding will be dismantled. Its façade, a blank canvas which is also programmed is currently a project by Carsten Nicolai.

For FischGrätenMelkStand, John Bock has developed a masterful meta-structure within which he installs works by 63 artists, architects, and composers. Besides installations, films, models, and sculptures, there are also historical film props, music scores, books, and fan items. The herringbone in the title refers to the symmetrical design of this type of automated device used in dairy farming.

The eleven-meter-tall steel construction creates a range of spatial situations over four levels, linking the individual works into a kind of Gesamtkunstwerk, or total artwork. The dimensions of the walk-in installation are almost those of a Berlin tenement block, with just under 150 square meters of floor space on each level. The makeshift-looking architecture of the rooms fitted into this framework consists of jumbled materials like corrugated iron, wood, car tires, blankets, socks, or burnt pizzas.

Unlike the classic white cube, this scenario offers the works on show anything but a neutral setting. Within a structure that is functional and grotesque in equal measure, the artworks fuse with the space that surrounds them or contrast strongly with it. In this way, John Bock creates surprising, poetic, formal, and thematic connections and contradictions that refer to pop culture, architecture, film, science, and everyday life, as well as to parapsychology, music, and fashion.

The final façade installation is autoR by Carsten Nicolai. autoR is conceived as a self-organizing process. Visitors actively contribute to the design of the facade by individually applying stickers designed by the artist. The empty surface of the Kunsthalle thus becomes a projection screen of what is possible, contrasting the numerous advertising billboards and architectural projections on and around the local area. “The model serves as an ordering principle that faciliates the identification of chaotic movements.” Says Nicolai. “I am interested in both – chaos and order – and they lie incredibly close to one another.” The Kunsthalle will close on 31 August.

Beatrice Galilee

Notes from Workshop Dream of Insomnia

a cura di Éric Alliez in collaborazione con Annie Ratti, Andrea Lissoni e Cesare Pietroiusti

presso la Fondazione Antonio Ratti – Villa Sucota, Como

Nel luglio 2011 Susan Hiller ha realizzato presso la Fondazione Antonio Ratti The Dream Seminar II, in cui l’artista si proponeva, non senza un intento provocatorio, di riprendere un suo progetto degli anni ’70 in cui chiedeva ai partecipanti di “prendere parte a sessioni intensive di lavoro di gruppo dedicate a sogni individuali”. Si trattava qui di dare prova attraverso il sogno, che la ripetizione non è una ri-presentazione, un re-make o un modo di ri-ciclare, nella forma di una infinita retrospettiva priva di prospettiva, poiché, al contrario, la ripetizione non vale che a esprimere una singolarità che ha fatto la differenza dislocando il sogno nella vita.

E’ questa esperienza che desideriamo prolungare nel Workshop Sogno d’Insonnia sovvertendo al passaggio i limiti e i confini  dell’uno e dell’altro.  Passaggio al limite dove Insonnia, Sonnambulismo e altre Medianità tendenti a immettere la notte in zone intermedie che non appartengono a pieno titolo al soggetto della psicoanalisi saranno convocati ad una Critica, fra teoria e pratica, del sogno e della sua interpretazione.
Critica dunque nel senso primario di una topografia della ragione impura; ma anche Critica e Clinica, in un senso più sperimentale, del sogno come strada maestra dell’inconscio che mescola il desiderio con l’interpretazione. Critica alla fine della quale si ritrovera il sogno non piu come il sogno del sonno o il sogno della veglia ma come un sogno d’insonnia.

To be continued on…FAR

100 Notes per dOCUMENTA (13)

Come introduzione alla mostra che aprirà il prossimo giugno, dOCUMENTA (13) e Hatje Cantz hanno pubblicato questa serie di quaderni di appunti.

 

100 Notes – 100 Thoughts, dOCUMENTA (13) / Hatje Cantz, 2011-2012 (100 volumi in 3 formati da 16 a 48 pagine; 4, 6, 8 Euro)

Basteranno 100 note e pensieri per rendere conto della complessità messa in campo da Carolyn Christov Bakargiev nell’ideazione rizomatica di dOCUMENTA (13)? La serie dei notebooks che prelude alla mostra prevista a giugno di quest’anno, permette in realtà un accesso graduale, personalizzabile e intenso, con testi di natura eterogenea (raccolte di appunti, saggi, conversazioni, disegni) che riflettono i campi e gli interessi dei diversi autori coinvolti nel progetto: artisti, antropologi, scienziati, filosofi, economisti, poeti, attivisti… Pubblicati a partire da aprile 2011, a cura di Bettina Funcke e su invito del direttore artistico e di Chuz Martinez, agente e membro del gruppo di lavoro di dOCUMENTA (13), i quaderni “esplorano come il pensiero emerga e si annidi nell’atto stesso di re-immaginare il mondo (…) articolando di continuo l’enfasi sulla sua capacità propositiva”.

book review by Anna Daneri

Call Yourself a Critic?

The untidy tradition of criticism

In 1976, Peter Schjeldahl resolved to abandon art criticism for good. He only lasted a couple of years, but when he quit he wrote a deeply ambivalent farewell. The result was ‘Dear Profession of Art Writing’, a long poem which ping-pongs between mea culpa and critique, as Schjeldahl – who would later join The Village Voice in 1980 then The New Yorker in 1998 – weighs up the life of a jobbing critic. It’s an odd piece, apologizing for over-hasty trashings while at the same time scattering barbs about peers and elders. Some of those mentioned include Hilton Kramer (‘makes art sound as appealing as a deodorant enema’), Harold Rosenberg (‘honey-tongued blowhard’), Rosalind Krauss (‘let me out of here!’) and Clement Greenberg (‘worm-eaten colossus’).

 

To be continued on…

Waiting for Nikolaus Hirsch

Nikolaus Hirsch is an architect and director of the Stadelschule Academy of Fine Arts and Portikus in Frankfurt. His projects focus on experimental art institutions and include the European Kunsthalle [2006-2008], unitednationsnationsplaza in Berlin [with Anton Vidokle, 2006-2008], and the Cybermohalla Hub in Delhi. Further work includes the award-winning Dresden Synagogue and the Hinzert Document Center. Nikolaus Hirsch has curated “ErsatzStadt: Representations of the Urban” at Volksbuhne Berlin, “Cultural Agencies” [Istanbul, 2009/10] and “Helke Bayrle – Portikus Under Construction” [2010]. He is the author of On Boundaries and Institution Building.

 

Nikolaus Hirsch On Boundaries

In several theoretical essays, dialogues on collaborative projects and reflections on his own work, the architect Nikolaus Hirsch explores the critical transformations of contemporary space and its effects on spatial practice. On the threshold to disciplines such as visual and performative arts (“Planning the Unpredictable” with William Forsythe) he questions the notion of “boundary”: as a phenomenon of social and political discourse, as a conflict between collaboration and authorship, as well as a physical limitation that negotiates between stable and unstable conditions.

October 2007, English/German
11 x 17 cm, 255 pages, 24 color ill., softcover
ISBN 978-1-933128-10-8
€15.00 | $19.95

http://www.sternberg-press.com/index.php?pageId=1137

 

Nikolaus Hirsch and Michel Müller in collaboration with Cybermohalla Ensemble

The Cybermohalla Hub

    

The Cybermohalla Hub is a structure designed by architects Nikolaus Hirsch and Michel Müller for the Cybermohalla project that was initiated by the research institute Sarai – CSDS and Ankur – Society for Alternatives in Education and currently involves more than 70 young practitioners aged fifteen to twenty-three, who have been gathering in media labs in several poor areas of Delhi. Mohalla, which in Hindi means “neighborhood,” are places for sharing thoughts, ideas, and creative energies in the form of blogs, photographs, videos, animations, sound recordings, texts, magazines, and so forth. The Cybermohalla Hub, which during the exhibition A Question of Evidence (November 08 – April 09) will be newly erected in the Ghevra area at the city borders, is dedicated to collecting this vast database, but it is also a space giving form to such productive forces. Visual documentation evidencing the destruction, relocation, and rebuilding of the media space in the context of the urbanistic changes of Delhi will be streamed into and made available in the structure.

In collaboration with Sarai/CSDS (Delhi), Ankur – Society for Alternatives in Education, Manifesta 7, AbK Stuttgart, Engelsmann Peters Ingenieure, Daniel Dolder and the Cybermohalla Ensemble

The prototype of the Cybermohalla Hub was made possible by the generous support of Manifesta 7 and was first exhibited at “Manifesta 7 / The Rest of Now” in Bolzano (curated by Raqs Media Collective).

to be continued on…

 

DISCUSSION SPACES

 

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