A proposito di contaminazioni artistiche…

Se l’artista si fa schermo

Angela Vettese

Cinema e arte visiva sono oramai difficili da distinguere. Le ragioni sono molteplici e arrivano sia dal campo del cinema che da quello dell’arte, sempre più motivati ad abbracciarsi almeno nei loro lati più azzardati.
Non stiamo parlando solo del prepotente ma già classico uso di esporre nelle mostre brevi video, sovente prodotti con mezzi digitali e talvolta usati come parte di installazioni più complesse; ma anche di come molti artisti abbiano scelto la strada del cinema come estensione dei mezzi tradizionali: casi paradigmatici, Julian Schnabel tra i pittori e Shirin Neshat tra i fotografi, Piotr Uklanski tra coloro che non hanno mai scelto un mezzo per esprimersi. Inoltre, almeno da quando venne sdoganato alla «Documenta» del 2002, il cinema documentario è entrato di prepotenza nell’arte sia esso fatto su pellicola o abbandonando le tecniche analogiche.
Dal canto suo, un cinema molto godibile e classico come il TinTin di Steven Spielberg (un esempio tra molti) gioca con l’idea di animazione e con altri parenti stretti del disegno.
Al di là di qualsiasi etichetta tesa a distinguere una corrente attraverso i mezzi, artificiosa e fastidiosa, nel nostro contesto artistico (e forse in quello di ogni tempo) quello che fa sostanza non è il medium ma l’idea che lo guida. Le distinzioni che possono ancora dividere il cinema-cinema dal cinema-arte restano poche: diciamo che per il primo contano ancora molto la sala buia, il grande schermo e il botteghino: per il secondo tutto è più elastico, meno codificato e povero.
Di qui la necessità di avvalersi di occasioni espositive ad hoc, come festival nei quali i film vengono proiettati una volta sola come gemme preziose, oppure mostre in cui viene resa giustizia alla loro capacità di espandersi nello spazio.
Per comprendere questa seconda opzione, a Milano c’è un’occasione golosa, la prima antologica italiana dell’artista svizzera Pipilotti Rist. Reduce da una partecipazione discutibile alla Biennale di Venezia, segue la mission della Fondazione Trussardi e del suo direttore Massimiliano Gioni a riaprire luoghi che la città ha dimenticato e che contribuiscano a definirne l’identità severa, fattiva e raffinata: riapre infatti per l’occasione l’elegantissimo Manzoni, dove le proiezioni animano l’ingresso, la grande scala e soprattutto la sala di proiezione con un grande schermo su cui si spiaccica il viso dell’autrice come davanti a un vetro; ma le immagini di corpi nudi, brandelli di natura, liquidi e moltiplicazioni caleidoscopiche della visione invadono anche gli stucchi del soffitto e le nicchie laterali. Allucinati dai colori extrastrong e da una colonna sonora ipnotizzante, siamo dentro a una storia senza trama ma che racconta un’atmosfera.
Per chi invece desidera godere della prima opzione, cioè molti film raggruppati in un festival ed esposti come opere (quasi) irripetibili, Firenze sta per regalare la nuove edizione de «Lo schermo dell’arte»: nato dal pluriennale impegno nel settore soprattutto di Silvia Lucchesi, quest’anno presenta molte sezioni.
Sarah Morris apre quella dedicata ai film d’artista, con due lungometraggi sull’architettura di Mies Van Der Rohe e di Philip Johnson (2010) e sulla vita di Chicago (2011). Armin Linke presenta finalmente il suo Alpi (2011), che ha richiesto sette anni di lavoro in una commistione continua tra aspetti naturalistici e sociologici, tra la montagna vista da lontano, come paesaggio sublime e immutabile, e il cambiamento che presenta se la si guarda da vicino. L’albanese Anri Sala racconta nel suo ultimo film uno dei giorni dell’assedio di Sarajevo, proprio mentre la Serpentine di Londra lo celebra con una retrospettiva.
Documentari biografici saranno invece dedicati a protagonisti quali Gehrard Richter, Anselm Kiefer, Elmgreen & Dragset e Urs Fisher, quest’ultimo in attesa del “solo show” che si prepara a Palazzo Grassi di Venezia. Il festival celebra anche alcuni giovani tra cui Anna Franceschini, Giulio Squillaciotti, Riccardo Giacconi e Nico Vascellari, che si contendono un premio giunto alla sua seconda edizione.
Per finire, Omer Fast presenta nella sede di Cantieri Gondoletta una videoinstallazione a tre schermi intitolata Talk Show.
Molti gli incontri con artisti da Fast a Linke a Sarah Morris. C’è anche un tocco d’amaro con uno sguardo dentro la nuova mondanità dell’arte in Russia, con il film di Tania Rakhmanova su Oligarques, Art et Dollars (2010). Il problema sembra restare ancora questo: come si possono fare soldi con i film d’arte? La speculazione non sa ancora dov’è il polpaccio da mordere e lo sta attivamente cercando.

Da Il Sole 24 ore

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