DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 1: GIORGIO ANDREOTTA CALÒ

Molti dei tuoi lavori implicano un forte coinvolgimento diretto da parte tua, un’esperienza fisica in prima persona che spesso presuppone lunghi periodi d’isolamento e distacco dalla quotidianità. Allo stesso modo affinché lo spettatore possa entrare in contatto con le tue opere, diventa necessaria la sua presenza reale negli spazi da te creati, la sua disponibilità a immergersi e muoversi all’interno di un luogo preciso. Qual è il rapporto fra azione e documentazione, fra l’intervento vero e proprio sul territorio e le immagini attraverso cui questo è documentato? In che modo questi due aspetti coesistono nella tua ricerca? Lo scegliere tecnologie analogiche come le polaroid o la fotografia da foro stenopeico dipende forse dalla volontà di prendere le distanze dalla semplice documentazione e di mantenere anche nelle immagini una certa lentezza e libertà espressiva tipiche del tuo lavoro?

L’opera come la descrivi puntualmente, si scontra o s’incontra con le dinamiche del luogo in cui viene fruita. Se il luogo è un museo, perché di questo stiamo parlando, in alcuni casi il mio lavoro, come quello di altri artisti deve in qualche modo adattarsi o rischia, anche volutamente, di creare un cortocircuito. Oppure semplicemente è costretto a perdere di forza e intensità.
Che cos’è il museo.
E’ il luogo dove è possibile fruire l’opera, un certo tipo di opera, che sottosta a certe caratteristiche formali.
E’ anche il luogo che ha il potere di consacrare l’oggetto ad opera, potere discutibile peraltro.
La documentazione di un intervento generato, avvenuto altrove, diventa un oggetto che può essere esposto, considerato per questo opera, ma non è, non può essere l’opera.
Ha più senso che il museo oggi diventi, ed in molti casi accade, il tramite, promotore e sostenitore di un intervento che viene realizzato altrove.
In questo senso ci sarebbe la libertà di far vivere un lavoro nel luogo per il quale è concepito e non ci sarebbe la necessità e limitazione di ricorrere ad una forma di fruizione convenzionale, come ad esempio una documentazione fotografica. In tal proposito, tutto il discorso che riguarda l’uso delle tecnologie analogiche ha a che fare solo con il medium utilizzato. Tutto quello che è documentazione, è un modo per riportare in un formato fruibile quella che è un’esperienza che non si potrebbe cogliere, che comunque non si può cogliere, e che diventa quasi un feticcio. Nel caso dell’arte contemporanea il museo è un luogo in cui ci sono rimandi continui, piccoli frammenti e testimonianze, ma è uno spazio incompleto nella maggior parte dei casi, a meno che l’opera non sia fruibile completamente nella sua forma e riesca ad adattarsi allo spazio espositivo. L’uso della documentazione è quindi prettamente speculativo.
E’ molto difficile rimanere fedeli ad un’etica per cui il lavoro se è un intervento performativo si esaurisce nel momento in cui è stato compiuto e la documentazione è solo una traccia, un frammento, che potrebbe essere messa in un archivio, ma non sostituisce il lavoro. Forse il museo stesso dovrebbe decidere di rifiutare di accogliere quel tipo di traccia, perché non è l’OPERA stessa. Questo cambiamento potrebbe portare delle conseguenze interessanti. Negare il museo stesso in quanto spazio di fruizione dell’opera nel momento in cui l’opera vive in un altro luogo, e quindi creare piuttosto una struttura che permetta la fruizione vera e reale dell’opera e, se è impossibile averla all’interno dello spazio del museo, allora trovare il modo di realizzarla al di fuori. In questo senso forse il lavoro che state sviluppando a Como, un museo che ancora non esiste, è molto più interessante che arrivare alla sua conclusione con la costruzione del museo vero e proprio. Costruzione di un’immobile e quindi perdita di fluidità e movimento, dinamicità. E’ quasi più interessante e più forte il fatto che sia un luogo di dibattito aperto.

Penso sia interessante pensare a un’istituzione oggi più come ad uno studio di produzione che come spazio espositivo. Ridurlo ad un ufficio con alcune persone che s’interrogano su una serie di questioni e cercano di portare avanti un discorso. Un luogo in cui gli spazi sono limitati perché la programmazione è proiettata verso l’esterno, verso ciò che di volta in volta il progetto a cui si lavora richiede, al di là di uno spazio proprio.

Questa penso sia stata un po’ la vocazione della Fondazione Ratti e del loro workshop annuale. Però il problema è che essendo il museo una struttura pubblica, che si relaziona ad un pubblico, non può essere una realtà esclusiva, ma deve piuttosto riuscire a coinvolgere l’esterno. Non è sufficiente la presenza di un dialogo e una discussione fra una piccola cerchia di persone che parlano la stessa lingua, è necessario che ci sia la possibilità di farlo fruire all’esterno. Questa è secondo me la funzione di un museo. Una struttura che abbia la capacità di far vivere un lavoro senza necessariamente pretendere di conservarlo o inscatolarlo al suo interno.

Alla luce della tua esperienza all’interno delle istituzioni italiane, hai vissuto spesso questi limiti, questa difficoltà di proporre e di realizzare interventi site specific all’esterno dei muri del museo? Qual è il tuo rapporto con le istituzioni in questo senso? Quali sono le motivazioni dietro alla scelta di agire in spazi dalla caratterizzazione così forte, sia essa storica o architettonica, rispetto alla possibilità di lavorare all’interno di white cube il più possibile neutrali e distaccate dalla realtà circostante?

Io ho una certa difficoltà, per indole, nei confronti dello spazio bianco, del cubo pulito. Il mio non è un lavoro che si adatta facilmente ad una fisionomia neutra dello spazio. Sempre di più si sviluppa in un luogo e un tempo precisi, legandosi a quella che è la storia del luogo, la sua identità. Diventa invece molto più forte quando s’inserisce nella realtà, nella città o nel paesaggio, in un luogo di per sé ricco di potenzialità e suggestioni.

Lavorare all’interno di luoghi carichi di storia sicuramente offre molte opportunità espressive, però immagino ci siano anche delle difficoltà legate alla natura stessa di questi spazi. In che modo cerchi di far emergere la tua voce e di mettere in relazione l’aspetto più performativo della tua opera con l’impronta così singolare di questi luoghi?

In realtà penso che lavorare sulla storia sia la cosa più semplice, o meglio è difficile solo nel momento in cui con il tuo lavoro vai così in profondità da toccare dei nervi scoperti, ma normalmente è più semplice agire sul fatto storico che non sul presente. C’è una tendenza diffusa, dalla quale anche io non posso sottrarmi, che ha a che fare con il revisionismo storico. Prendere un fatto accaduto suggerito dal contesto in cui lavori o che vai a cercare, per aggrapparti ad una sorta di sicurezza. Questa è la cosa più facile da fare, non è nulla di sconvolgente. Parlo di me come di altri artisti che hanno la mia età o che sento vicini per il modo di lavorare. Secondo me, anche come sfida per l’utilità e la forza del messaggio che può avere un’opera, è necessario riuscire ad agire nel presente. Il fatto che non ci siano punti di riferimento nel presente porta a cercarli nel passato recente. Un artista potrebbe fare lavori all’infinito secondo questa logica. O questo periodo verrà poi ricordato come il periodo del revisionismo o del remixaggio, oppure manca lo stato successivo nel creare un’estetica del presente, che è il punto a cui bisogna aspirare. Liberarsi da questo modo di lavorare un po’ manierista e sicuro, dove inevitabilmente quello di cui parli si attornia di un’aurea di rispettabilità e serietà. Intervenire dunque sul presente. Il presente ci riguarda in prima persona perché lo stiamo vivendo. Riguarda un pubblico, altrimenti ci rivolgiamo ai morti.

continua a leggere l’intervista qui

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: