L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO 1: Intervista a DANIELA ZANGRANDO

Daniela Zangrando è una curatrice italiana.
Nel 2009 si laurea in Arti Visive, presso la Facoltà di Design e Arti dell’Università IUAV di Venezia.
Dal 2005 è a capo di diversi progetti in Perarolo di Cadore, in provincia di Belluno, dove ha diretto il relay artistico “perarolo09” (2009-2010), la giornata di studio “NIMBY … NON NEL MIO GIARDINO, giornata di studi su arte, territori, invasioni e intrusioni ” (2008), le mostre “CI VEDIAMO A CASA” (2007) e “358 Riflessioni sul contemporaneo a casa Wiel” (2005).
Tra le mostre più recenti ha curato “Michele Bazzana – Indoor”, Monotono Contemporary Art, Vicenza (2012), “Diego Marcon – Veglia d’Armi”, Monotono Contemporary Art, Vicenza (2011), “Francesco Fonassi – Crocedomini”, Monotono Contemporary Art, Vicenza (2011) e “Flower from exile”, in differenti sedi in Italia e in Austria (2010).
Ha collaborato con diverse istituzioni, come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2010), Poëziezomers – Kunstzomers Watou, Belgio (2007-2008), Spazio Oberdan, Milano (2008).
Attualmente dirige il Monotono Contemporary Art a Vicenza, è direttrice di “L’allocco, una rivista d’avanguardia in Perarolo di Cadore” e collaboratrice freelance per la rivista “Alp”.

Nell’ambito del mio progetto di ricerca  per La Kunsthalle più bella del mondo ho scelto di parlare con Daniela Zangrando in particolare per le iniziative che coordina nella provincia di Belluno, da cui proviene: un lavoro costante, innovativo, appassionato che mette al primo posto i luoghi e i suoi abitanti nella consapevolezza “che l’arte contemporanea spunta in territori, contesti e situazioni in cui non ci si aspetterebbe di trovarla, pronta a mettere in discussione il suo statuto, il suo linguaggio e la sua apparente rigidità”.

INTERVISTA

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

 Io non credo ci siano dei margini, se non quelli che ci si siamo ficcati in testa a forza. In un momento come questo, poi, il concetto che definisci come “circuito culturale consolidato” sta subendo notevoli scossoni e disorientamenti. È ancora troppo presto per capire come ne uscirà. Quello di cui sono certa è che non vedo più quei poli sicuri che mi ero abituata ad enumerare all’università. E resto a osservare. Volendo, probabilmente si possono anche disegnare nuovi margini, nuove mappe. Per i confini basterà ricordarsi di portare con sé vanga e cippi.

Quali sono le risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

 La criticità principale che ho riscontrato in questi anni, sta nel rapporto con le amministrazioni locali, immerse in questioni gestionali e problemi da risolvere. Ci sono parcheggi da fare, richieste in regione per costruire sale polifunzionali. Ci sono muretti pronti a cadere, rischi idrogeologici, pratiche di ordinaria amministrazione, migliaia di scartoffie. C’è da fare attenzione al consenso dei cittadini, bisogna evitare uscite ingiustificate. Credo che in parte non abbiano il tempo per chiedersi se sono interessate o meno all’arte contemporanea. Spesso non hanno nemmeno gli strumenti per farlo. Si affidano a consulenti che sono dediti a operazioni di ricerca sull’arte moderna, in scala molto modesta e solitamente localistica, che pensano si possano utilizzare i medesimi linguaggi, mezzi e budget per occuparsi di arte contemporanea. Ne deriva una situazione stagnante e faticosa da affrontare.Così ti ritrovi con qualche amministratore che ti dice: “No guarda, non serve proprio. Fosse un convegno sull’innovazione tecnologica sì, ma una giornata di studi sull’arte contemporanea no”. O un altro che grida in un corridoio: “Cosa vuole Daniela Zangrando? Ho già detto che non voglio saperne niente!”. Può capitare che un finanziamento accordato con regolare delibera improvvisamente per una clausula regionale x, y, z di dubbia legalità svanisca e i budget anticipati non vengano mai elargiti. Di aneddoti, ce ne sono parecchi. Ma capisco bene la logica in cui queste cose accadono. Non c’è necessità. Non viene sentita. E, in parte, questa colpa è imputabile a noi addetti ai lavori, che non abbiamo voglia e pazienza per far cambiare un po’ le cose. Per parlarti delle risorse e delle potenzialità, avrei bisogno di giorni. Ho visto, in questi anni, modificarsi qualcosa nel sentire, nel guardare, nel porsi di fronte all’idea di qualcosa di nuovo. Non immaginare grandi trasformazioni. Sono piccolissime, minime, quasi impercettibili. Ma sono delle scintille. Non riguardano solo il contesto, il territorio e i suoi abitanti, ma anche il linguaggio dell’arte e degli artisti, le ricerche, i lavori. Se non fosse per questo tremolio, per questo baluginio, potrei smettere subito di fare questo lavoro.

Quale ruolo (culturale, sociale, economico) può avere una realtà minore di arte contemporanea nel territorio?

 Per una sorta di ottusità personale non riesco mai a capire perché ci si imponga questa differenza tra realtà maggiori e minori. Che si lavori in una realtà maggiore o in un paesino di poche anime in cui si sta costruendo una realtà minore, si deve sempre organizzare una grande mostra, un grande progetto. Ci si deve sempre appellare ad un grande pensiero. Altrimenti è solo fatica sprecata. È tanta fatica sprecata. Non vale la pena. L’unica differenza che vedo, è tra realtà che lavorano bene e realtà che non lo fanno. Solo da qui si può partire per parlare di un eventuale ruolo.

Qual è il pubblico a cui il tuo lavoro si riferisce e con cui si vuole confrontare?

 Il pubblico a cui cerco di riferirmi, è sempre duplice. Da un lato c’è quello di Perarolo di Cadore (Belluno)– paese in cui porto avanti un progetto dal 2005 – e dall’altro quello che potremo definire dell’arte, della cultura. C’è una cosa a questo riguardo che racconto, e mi racconto, sempre. Quando ho incontrato per la prima volta Jan Hoet a Gent nel 2007, abbiamo parlato a lungo di “Chambres d’Amis”, che era allora tema della mia tesi di laurea. Gli ho fatto qualche domanda, ma poi lui ha parlato a ruota libera. Ero molto affascinata e mi interessava molto capire come avesse coinvolto così tante persone di una città, come avesse fatto a trovare i soldi, a coinvolgere amici e conoscenti senza pagarli per nulla, come fosse riuscito a rischiare e far rischiare così tanto. Ad un certo punto, lui mi ha detto che per lui l’arte faceva parte della società, che non era differente dai vigili del fuoco, dall’istruzione, dalla politica. Arrivata a casa ho sbobinato. Ho trascritto subito queste parole, che mi affascinavano molto. E ci ho ragionato su condendole di un po’ di contenuti filosofici, di Nancy e articolazioni, di funzioni e via dicendo. Però non ci avevo capito molto e ancora ora qualcosa mi sfugge. C’è qualcosa di estremamente cinico e per nulla buonista in quelle parole. Qualcosa di severo e vitale che mi è rimasto dentro e con cui, volente o nolente, sono costretta a fare i conti.

continua a leggere l’intervista qui

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2 thoughts on “L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO 1: Intervista a DANIELA ZANGRANDO

  1. We all know that vitamins and minerals keep us healthy
    but how much should one consume on daily basis that most of us do not know and therefore, fall into problems.
    Look for details like these: For herbs, the specific species and
    part of the plant used should be listed. However, all do not have admission to these types of means of resources.

  2. Yes! Finally something about ginkgo tree.

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