DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 2: LUDOVICA CARBOTTA

La città come oggetto di indagine sembra essere uno dei principali punti di partenza della tua ricerca artistica. Da cosa nasce la necessità di confrontarsi con questa realtà e di utilizzarla come materia prima delle tue opere?

La città è l’ambiente che preferisco perché prende la forma di un oggetto difficile da definire e comprendere, un’astrazione da quella che è l’esperienza individuale dello spazio. Lo spazio urbano costituisce la formalizzazione fisica della società che l’ha costruito. La forma delle città è capace di conservare tutti gli interventi passati, le cicatrici, gli incidenti e i diversi periodi storici. Qual è la relazione tra individualità e corpo sociale della città? L’ambiente urbano molto spesso sembra una forma immobile, preesistente e costituita da una rete invisibile e immateriale, una struttura creata dall’uomo che però esiste a prescindere da esso e fuori dal suo tempo.  Queste ragioni mi hanno portato a scegliere la città come campo d’interesse, cercando di ragionare sulla mia identità e la mia individualità, partendo da queste premesse. Quello che posso vedere ed esperire, guardando alla forma della città e dei suoi confini è molto più vicino ad un’esperienza mentale che ad una reale, fisica. Mi riferisco ai differenti sistemi che sono contenuti in una città come la comunicazione, il viaggiare, e l’uso della tecnologia. Tutto questo sembra essere costituito da  mondi che occupano tutto lo spazio ma che in realtà io posso oltrepassare contrapponendo all’idea di illimitato quella di limitato, concreto, fisico. Seguendo questi ragionamenti, ho recentemente letto un interessante saggio di Richard Sennett (1994, Flesh and stone, Norton) che esplora la relazione tra il corpo e la città nella società occidentale.  Dalla discussione sulla nozione di nudo ideale nell’antica Grecia fino ad arrivare all’analisi di città moderne come Londra e New York. Sennett argomenta un discorso  sulla privazione sensoriale e sulla sterilità tattile che affligge questi ambienti urbani contemporanei indagando sulle possibili cause e profonde origini storiche. Sennett parla di questa deprivazione sensoriale nell’ambiente urbano che, a mio parere, riflette un’attitudine generale. Nella società contemporanea il corpo sembra completamente distaccato dalla mente, e questo si riflette anche nella vita quotidiana della città. Anche per questo sento il bisogno di  confrontarmi fisicamente con l’ambiente che mi circonda, non si tratta solo di un’esperienza personale o soggettiva ma ha a che fare con la fisicità stessa del luogo. Cerco in questo modo di ridefinire costantemente la relazione tra i miei movimenti e la città stessa. 

L’esperienza diretta e personale è un altro elemento fondamentale dei tuoi lavori. Molti dei tuoi progetti sono infatti veri e propri esercizi in cui a partire da alcuni limiti predefiniti (dati per esempio dal tipo di medium che scegli di utilizzare e dalle sue caratteristiche), metti alla prova la tua relazione fisica con lo spazio e la sua materialità. Puoi parlarmi delle motivazioni dietro a questo procedimento e delle sue implicazioni?

La scelta del medium riveste la stessa importanza dell’esperienza diretta, si tratta di una scelta di linguaggio che implica una fascinazione e una fiducia verso il mezzo stesso. Per dare materialità ad un’esperienza e cercare di definirla in una forma conclusa mi piace considerare ogni lavoro come indipendente. La scultura, il video, la foto assumono quindi  l’eredità dell’esperienza custodendone le forze fisiche (impronta e costruzione) e nascondendo talvolta gli aspetti più emotivi e immateriali legati alla temporalità dell’esperienza stessa. La forma finita in questo modo supera l’esperienza, la sorpassa e la definisce con la sua fisicità.

Qual è il rapporto fra intenzionalità e contingenza, fra l’esistenza di un’idea o suggestione iniziale e la tua naturale apertura alla processualità e agli imprevisti? Qual è il ruolo di questa duplice tensione nella formalizzazione finale delle tue opere?

Come prima ho spiegato nel mio lavoro cerco di relazionare la mia dimensione fisica con l’ambiente che mi circonda e il suo costruito, quindi questo è il campo di azione dove il mio lavoro prende forma. L’esperienza dà origine ai miei lavori e il mio movimento ne definisce le forme. Di solito non parto da un progetto definito a priori ma da un’ispirazione, una suggestione che si sviluppa attraverso un’esperienza fisica che accetta all’interno del processo casualità e incidenti. Quando parlo di casualità mi riferisco a quegli aspetti significativi che emergono quando il lavoro è ultimato. Questo non significa che accetto qualsiasi coincidenza esterna ma che cerco di trovare una connessione tra la mia attitudine originale e quello che succede mentre lavoro. Nel mio lavoro quello che è invisibile allo ‘spettatore’ costituisce uno spazio fondamentale di sperimentazione a volte distaccato dal lavoro stesso.

continua a leggere l’intervista qui

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