L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 2: ALESSANDRO CASTIGLIONI

Alessandro Castiglioni  è storico dell’arte e curatore, dal 2004 è impegnato in programmi educativi presso il Museo MAGA, Gallarate (Milano). Dal 2008, con Ermanno Cristini, cura il progetto Roaming. È stato Guest Curator presso O’ Artoteca, Milano; curatore del 47º Premio Suzzara (Mantova) e del XXIV Premio Gallarate. Ha lavorato con istituzioni quali: Assab One, Milano; Careof / Docva, Milano; Museo di Villa Croce, Genova; MCA, Valletta (Malta); CIA Reykjavik (Islanda); Cabaret Voltaire, Zurigo (CH); MCBA, Losanna (CH); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Museo Riso, Palermo. Coordina il Master in “Educazione per il Museo” per l’Accademia Aldo Galli di Como dove insegna Didattica dei linguaggi artistici. Dal 2009, con Roberto Daolio, è curatore di “Little Constellation”,  un network internazionale per l’arte contemporanea, nato per la creazione e la diffusione di progetti attenti soprattutto alla ricerca presente nei piccoli stati d’europa: Andorra, Cipro, Islanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Montenegro, San Marino, e in alcune micro realtà geoculturali dell’area europea tra Canton Ticino (CH), Ceuta (e), Gibilterra (UK), Kaliningrad (RUS).

La sua testimonianza è stata richiesta in particolare in relazione ai molteplici progetti educativi e iniziative che coordina per il territorio e anche per l’inedito lavoro di ricerca condotto attraverso  “Little Constellation”.

INTERVISTA

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

 Il termine “luogo”, così come ce lo ha consegnato la geografia contemporanea, nasce da una somma tra misura ed esperienza. In questo senso ogni luogo ha la propria specifica caratteristica esperienziale e si connota in termini diversi in relazione alle proprie misure, dunque ai propri servizi, alla propria densità abitativa. Dunque la “periferia” differisce “in misura”, non in “esperienza” rispetto al centro. In questo senso ogni luogo ha la propria capacità di consolidamento e la propria centralità e marginalità rispetto a vari sistemi dell’arte. Non credo infatti nell’esistenza di un circuito e un sistema, (mi sembra di fatto una prospettiva di colonialismo culturale, un po’ superata) ma vari sistemi che vivono in interdipendenza reciproca l’uno con l’altro. Faccio un esempio: il museo di Gallarate nasce nel 1950, possiede una collezione di oltre cinquemila opere e vede un pubblico annuo di settantamila visitatori. Questo lo rende una realtà consolidata anche se geograficamente è ai “margini”, trovandosi a 40Km da Milano. Per rispondere alla tua domanda intendo quindi sottolineare come la questione della perifericità e della marginalità, sia una questione geografica che influisce in termini identitari sulle istituzioni culturali ma non sulla loro serietà, scientificità e consolidamento. Ecco, operare in contesti periferici significa innanzitutto porsi in un’ottica analitica rispetto alle relazioni tra “testo” e “contesto”, senza cadere in pregiudizi operativi che spesso sono stati la ragione del fallimento di molti curatori (e anche artisti) che si sono relazionati a questi specifici luoghi.

Quali sono le risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

 Certo è, riprendendo la risposta precedente, che il contesto periferico ha alcune caratteristiche peculiari. Personalmente, avendo avuto occasione di lavorare in differenti contesti “ai margini”,  dal Canton Ticino, a Malta, all’Islanda, credo di aver notato alcune caratteristiche comuni. Da una parte la possibilità di accedere a risorse dirette che permettono un margine di sviluppo molto ampio. Esiste una minor saturazione del sistema delle sponsorizzazioni e dopo aver abbattuto la cortina di diffidenza verso le arti visive contemporanee (lavoro tutt’altro che semplice) la progettualità è più libera. La criticità essenziale dei territori di periferia è invece oggetto di un ampio studio che da qualche anno sto affrontando, a partire dall’analisi dei padiglioni nazionali (dei cosiddetti paesi periferici) alla Biennale di Venezia. La caratteristica di questi luoghi è infatti la forte ingerenza politica a tutti i livelli. Questa ingerenza causa l’oscillazione di identità e progetti, a seconda dei politici di turno, e trova le sue ragioni in un modello antropologico di lettura del senso dell’arte fuorviante, sin dalla sua radice. Questo modello si riferisce alla lettura dell’arte come sistema di autorappresentazione. In un certo senso questo è normale: quando vedo qualcosa che non conosco, cerco di riferirlo costantemente a me. Il problema è che questo meccanismo (che in termini diversi riguarda qualsiasi sistema dell’arte, è ovvia la mia citazione di Lucy Lippard) necessita un diretto controllo politico dell’arte o uno scontro  (che può portare anche ad esiti positivi, in alcuni casi) tra esperti del settore e amministratori istituzionali.

Quale ruolo (culturale, sociale, economico) può avere una realtà minore di arte contemporanea nel territorio?

 Una realtà culturale è sempre un’occasione di crescita e trasformazione di un territorio. Non solo nella nota relazione tra creatività – innovazione – competitività, che riguarda i differenti distretti industriali (quasi sempre questi territori di periferia, così almeno come sono considerati in Italia) ma nella loro capacità di ripensare le direzioni e i problemi, anche sotto il profilo sociale, che il presente, continuamente ci sottopone. In questo senso non credo esistano realtà “minori”, solo commisurate al proprio territorio di riferimento. In questo senso un centro per le arti in un territorio che non è fornito di alcuna istituzione che si occupi di cultura contemporanea è come una sorta di costante scossa elettrica che ha l’obiettivo di trasformare la percezione e la consapevolezza dell’oggi. Questo credo sia l’aspetto principale per cui, anche a livello personale, preferisco operare in questi circuiti.

Qual è il pubblico a cui il tuo lavoro si riferisce e con cui ti vuoi confrontare?

Spesso è pubblico di non addetti ai lavori che proprio per questo pongono con urgenza il problema dell’arte come linguaggio e la sua effettiva capacità di rapportarsi al presente. In questo senso non è casuale che importanti realtà museali nate in luoghi periferici abbiano sviluppato per prime e in modo particolarmente significativo le attività dei propri Dipartimenti educativi. Basti pensare a Rivoli o al già citato MAGA.

Continua a leggere l’intervista qui

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