DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 7: LUIGI PRESICCE

Come nasce Brown Project Space?

Nasce dal coraggio di rompere un equilibrio che da tanto tempo aveva impigrito ogni possibilità di risposta. Milano era un feudo, ancora oggi non mi spiego perché siamo stati noi i primi a pensare di aprire una strada laterale.

Qual è stata la necessità che vi ha spinto a creare uno spazio a Milano?

Si trattava appunto di una necessità, dare a quella città un’occasione di cambiamento che forse con il tempo è diventata anche una moda.

Da agosto 2010 sei diventato l’unico curatore del progetto. Come è cambiata la programmazione di Brown e la sua mission dall’apertura ad oggi?

Non credo sia cambiato niente rispetto a prima, tranne la modalità di scelta dei progetti che prima erano condivisi e ora non lo sono più, ci vuole ancora più determinazione e consapevolezza, una maggiore responsabilità, che in un certo senso è ancora più semplice.

Qual è il rapporto con le diverse realtà della scena artistica locale?

Non siamo mai stati contro nessuno, ci siamo fatti rispettare per le nostre scelte e questo a fatto si che la nostra attività non arrecasse danno a chi c’era prima e a chi è venuto dopo. Abbiamo collaborato con le diverse istituzioni esistenti e il nostro lavoro è stato utile ad altri per aprire lo sguardo su nuove esperienze e modalità espressive, libere dal mercato e dai suoi turbamenti.

Da cosa nasce il tuo interesse come artista nell’aprire e gestire un project space?
Pensi che questo progetto sia un’estensione del tuo lavoro come artista, intendendo quindi la pratica curatoriale un medium al pari di altri, oppure si tratta di due ricerche separate? Quali sono i campi che la curatela ti permette di esplorare, se paragonata ad altri media?

Dal desiderio di confronto e condivisione, quello che ogni artista dovrebbe avere per poter crescere. Il rapporto tra artista e artista è molto diverso che tra artista e gallerista, c’è decisamente più osmosi, un’alchimia differente. La questione della curatela, l’abbiamo detto fin dal primo comunicato stampa, è qualcosa che ci ha permesso di creare un dialogo verticale con gli artisti, è stato un modo per ridefinire filosoficamente l’opera al di fuori dalla sua primigenia concezione. Tutti oggi sanno che se bisogna ringraziare qualcuno, questo è Harald Szeemann.
Per quanto riguarda il mio lavoro invece, credo che la curatela sia certamente un mezzo con il quale si possa creare un certo distacco dall’opera, farla vivere in uno spazio semantico differente, questo è molto importante. Non so definire con certezza il confine tra la mia opera e le scelte “curatoriali” che faccio, né posso dire di essere un curatore nel senso classico del termine, perché non lo sono. La risposta si trova in uno spazio che non è definibile, nessuno credo abbia un pensiero che si mette in moto a comando e per compartimenti stagni, ogni scelta mi rappresenta, è frutto dello studio e dell’esperienza che è maturata con il mio percorso.

Uno dei formati espositivi spesso utilizzati da Brown è la doppia mostra personale, basata su un dialogo e un confronto diretto fra due artisti. Perché questa scelta? In che modo vengono selezionati gli artisti che esponete? Che tipo di relazione c’è in partenza con loro e come si evolve nel tempo?

Questo era un format che abbiamo utilizzato nel primo periodo di Brown, poi lo spazio è stato sempre occupato da progetti specifici. All’inizio aveva un senso mettere in relazione ricerche affini provenienti da paesi differenti, per creare dei legami che avessero molto più spazio sia mentale che fisico di mezzo.
La scelta degli artisti è sempre legata alla nostra esperienza personale, abbiamo con loro già una forma di scambio reciproco, non lavoriamo mai con artisti che ci inviano il portfolio o che non conosciamo direttamente. Ogni scelta è un’occasione per consolidare un rapporto di stima e favorire una dimensione diversa di scambio che da noi viene cercata in ogni occasione. Non abbiamo mai pensato di dare spazio ad artisti che già erano noti o lavoravano con gallerie e quant’altro. Il nostro pensiero si è sempre rivolto a persone che non avessero ancora avuto l’occasione di poter presentare un progetto di grande rilevanza, per questo abbiamo lavorato esclusivamente con artisti alla loro prima personale assoluta o per la prima volta a Milano o in Italia per quanto riguarda gli stranieri.
Dirigere uno spazio da la possibilità di essere invitati a progetti più ampi e nuove occasioni espositive e questo è quasi sempre il momento per confermare quel tipo di sodalizio che si viene a creare tra noi e gli artisti con i quali abbiamo avuto uno scambio maggiore o che continua nel tempo, anche al di fuori dello spazio di Brown.

continua a leggere l’intervista qui

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