DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 8: ANDREA SALA

Architettura e design sono due sfere a cui attingi spesso nella realizzazione delle tue opere. Puoi parlarmi del tuo rapporto con queste discipline?

L’essere brianzolo è una realtà che mi ha portato a lavorare con l’architettura ma principalmente con il design. Soprattutto all’inizio della mia ricerca, proprio perché c’è un rapporto tra la mia identità e il luogo dove sono cresciuto. Sono nato in un territorio dove per anni, e tuttora, si continua a produrre mobili. La mia stessa famiglia faceva parte di questo mondo, e quindi è stato molto facile, e direi inevitabile, avviare il mio rapporto con il design. Penso sia importante utilizzare e sfruttare al massimo le competenze e le influenze che hai acquisito nel tempo; questa è una cosa che vedo in tantissimi artisti: penso un personaggio come Joseph Beuys, e alle sue radici nella biologia.
C’è poi un vero e proprio amore per certi oggetti: mi innamoro degli oggetti e delle forme che poi riutilizzo o che mi aiutano ad andare verso un’altra direzione. Infine ho sposato un architetto, che non ha mai però realmente lavorato come architetto quanto piuttosto come ricercatrice e curatrice di mostre sull’architettura. Posso quindi dire che l’architettura e il design fanno parte della mia vita e che la scelta di includere queste due discipline all’interno della mia ricerca è stata sempre molto naturale. Negli ultimi lavori che sto facendo, si sta sfaldando sempre di più questo rapporto diretto con il singolo oggetto di design. Ne rimane un lavoro più concettuale sulla forma. Mentre nei miei primi lavori esisteva proprio un oggetto referente, una forma a cui succedeva qualcosa, adesso c’è un mischiare più elementi contemporaneamente per ottenere un altro risultato.
Il concetto fondamentale di “display” è sempre stato parte del mio lavoro, anche se prima non ne ero completamente consapevole. Quando ho fatto ad esempio nel 2003, in occasione dell’apertura della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un lavoro sulla Villa Savoye di Le Corbusier, trasformandola in una libreria, la mia idea non era per forza allora mirata al concetto di display. Oggi guardando questo lavoro mi rendo conto di quanto invece fosse proprio sul display: mi fa molto piacere capire a posteriori certi aspetti in mie opere precedenti.

Nel tuo lavoro ti confronti spesso con altri artisti o personaggi che in qualche modo hanno ispirato o influenzato la tua ricerca. Da cosa nasce e come si è evoluta nel tempo questa necessità di confronto e di dialogo?

Intanto mi piace tornare sul termine che ho usato prima, ossia su questo mio innamoramento per l’oggetto. Ad esempio parlando di Luciano Fabro, c’è per me veramente una forte emozione nell’incontro con una sua opera, solo dopo arriva la fase di studio e di analisi di alcuni dettagli. Luciano Fabro mi fa impazzire perché, al di là del suo contributo e appartenenza alla straordinaria ricerca Arte Povera, le sue opere hanno dei dettagli di realizzazione molto interessanti. Una cosa che mi appassiona molto è proprio la pratica di questi personaggi, non si tratta solo di osservare un lavoro, ma di capirne la metodologia che ne sta dietro. “Prendere in prestito” ad un altro autore le sue capacità, per cercare poi di trasportarle verso un’altra direzione. Questa è una cosa che mi ha sempre divertito molto fare con il lavoro di vari personaggi che ho utilizzato o che adesso rielaboro, mischiandoli fra loro.

Come un partire da una certa metodologia, metterti nei panni di questi personaggi e poi vedere dove ti porta questa cosa.

Esatto. Mi piace proprio un po’ indossare queste maschere. Indossare per esempio la maschera di Luciano Fabro o di Achille Castiglioni e poi iniziare a vedere attraverso quella maschera. Un libro bellissimo da cui mi piacerebbe ad esempio partire per analizzare questo concetto di maschera, è un libro di Hans Arp. Nel libro si trova una pagina rigida, che è un suo quadro e dove le parti bianche sono dei buchi: è come se io potessi guardare attraverso questi buchi, come se indossassi questa cosa e vedessi attraverso questi buchi che però sono le forme di Arp. Mi piace divertirmi nel vedere o nell’utilizzare il lavoro di un artista, mi piace che ci sia sempre un aspetto ludico, anche se poi il risultato finale e formale è molto spesso di un forte controllo.
Di nuovo la mia origine mi porta ad una ricerca “ossessiva” del dettaglio, dell’estrema soluzione formale di pulizia. Anche se poi devo dire che l’essere stato per sette anni in un territorio come il Canada dove non potevo più lavorare con l’artigiano brianzolo che sperimentava con me nel fare tutto, ha cambiato tantissimo il mio lavoro. E’ lì che ho iniziato anche a lavorare molto di più io stesso su un pezzo. Molti degli ultimi lavori nascono proprio da una mia realizzazione diretta, cosa che fino a poco fa era una pratica che non utilizzavo. C’era una fase progettuale, nasceva un progetto, era realizzato e poi veniva messo in un luogo, una mostra. Avevo importato dal mondo del design il processo di realizzazione. Ora invece c’è la parte di studio e progettazione come sempre ma anche una parte importante di realizzazione diretta di mia mano. Continuo a mischiare le due cose però sto cercando di ridurre questo filtro, che poi è una cosa fantastica perché l’artigiano e la sua competenza mi hanno sempre aiutato a superare dei limiti, a esasperare certe cose e a sperimentare con lui facendo nascere una serie di forme che cercavo.

continua a leggere l’intervista qui

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: