DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 9: NICO VASCELLARI

Ti sei formato all’interno della scena musicale punk, lontano dai percorsi tradizionali del mondo dell’arte. Cosa ti ha spinto a diventare un artista e a fare della sperimentazione musicale e performativa il centro della tua pratica?

Mi sono avvicinato alla scena underground in reazione al panorama sul quale, volente o nolente mi affacciavo. Avevo 14-15 anni. L’idea di DIY mi ha cambiato totalmente, radicalmente, velocemente. Ho cominciato a organizzare concerti, a suonare, produrre e divulgare fanzine e dischi, girare l’Europa in tour rocamboleschi…
L’ho fatto per anni con entusiasmo e convinzione. Lo faccio ancora con rinnovata energia. Nel frattempo però non mi è sembrato più sufficiente. Forse anche in relazione al pubblico. Non ricerco necessariamente un consenso. Piuttosto mi ha sempre affascinato il concetto di spaesamento. Di fuori luogo.
Non saprei dirti quale sia il centro della mia ricerca al di là di me stesso.

Perché nel momento in cui hai sentito questo bisogno hai scelto l’arte come campo di azione?

In tour, durante il giorno prima dei concerti, spesso visitavo i Musei. Ho ritrovato da poco dei quaderni nei quali prendevo appunti. Scrivevo i nomi degli artisti che mi colpivano… Basquiat, Matta Clark, Nauman, Hirschhorn, Nitsch, Brus, Schwarzkogler, Abramovic… Per qualche strana fatalità o intuizione (non necessariamente corretta) mi sentivo molto vicino. In quei giorni mi sembrava la cosa più naturale possibile.
Inoltre ero davvero stremato dalla bigotteria e il moralismo che animava la scena musicale di allora. Definiamolo ‘punk’ per pura comodità… Mi ci ero avvicinato per una forma di rigetto totale. Mi era parso di essere circondato da persone che si opponevano in maniera radicale a chiusure di ogni sorta. In realtà ogni scena, e questo vale moltissimo anche per l’arte, stabilisce regole comportamentali ed espressive. Il catechismo mi è sempre sembrato ridicolo ancor prima che noioso. Il buono e cattivo. Ho sempre preferito il brutto.

L’improvvisazione, l’incapacità di controllare l’esito finale, la presenza di un luogo dove esibirsi e la necessità di relazionarsi con un pubblico sono aspetti presi in prestito al mondo della musica e dei concerti. Cosa significa per la tua pratica fare irrompere all’interno di musei e altre istituzioni più tradizionali questi elementi tratti dalla scena underground? Cosa t’interessa in particolare della possibile commistione di questi due mondi?

Il disagio come dicevo prima. Ho sempre trovato stimolante quanto difficile l’idea di essere fuori luogo.

Come dicevi prima, anche l’arte stabilisce norme comportamentali ed espressive. In che modo i tuoi interventi mettono in discussione queste regole e i limiti stessi di musei e gallerie che li ospitano? E’ possibile considerare questo tuo approccio immediato e a volte violento una reazione alla mancanza di fisicità e di confronto diretto all’interno di questi spazi?

Certamente molti miei interventi nascono come una reazione ma rispondo semplicemente a una mia esigenza personale.
Il mio modo di mettere in discussione le regole sta nel cercare di non conoscerle ancor prima di riconoscerle o negarle.

Essere in un certo senso estraneo a queste logiche al fine di testarne i limiti?

No. I conti vanno sempre fatti con se stessi.

Continua a leggere l’intervista qui

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: