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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 15: CHAN CONTEMPORARY ART ASSOCIATION, GENOVA

L’associazione CHAN vuole essere una piattaforma di confronto e collaborazione tra artisti e curatori emergenti. La sua ricerca si concentra sulle ultime tendenze dell’arte e della cultura in un ambito sia nazionale che internazionale. CHAN è una piccola galleria d’arte, uno spazio curatoriale collettivo senza scopo di lucro, aperto alle più diverse forme espressive. Si propone anche come archivio di opere video e multimediali liberamente consultabile. CHAN offre un’attività parallela a quella espositiva con focus, approfondimenti e attività collaterali quali rassegne video e performance. L’associazione ha inoltre l’obiettivo di sostenere la realizzazione di progetti ideati da giovani artisti per specifiche location cittadine.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Il lato positivo è la maggior libertà riguardo a schemi dati o già utilizzati e quindi relativa indipendenza rispetto alla politica culturale consolidata. Ciò significa visibilità locale e grande permeabilità verso l’esterno. L’altro lato della medaglia, che sentiamo in modo particolarmente negativo, è che questa lontananza si configura anche come una mancanza di stimoli diretti. I modelli, se grandi è meglio, a cui guardare servono, eccome. La concorrenza (leale) porta ad un costante mettersi in gioco e stimola le idee.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Il contesto riveste una grande importanza sia all’interno dei nostri progetti, sia come destinatario degli stessi. La rete, parola abusata, ma sempre calzante, per noi funziona, esiste. Collaboriamo costantemente con altri soggetti (associazioni e singoli) che si occupano di cultura, abbastanza ad ampio raggio; abbiamo lavorato con la scuola, l’università e vogliamo continuare a farlo. Le Istituzioni? Il momento storico non è particolarmente favorevole, ma cerchiamo ovviamente anche il loro sostegno.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Dopo 3 anni di attività, finalmente iniziamo ad avere un’identità chiara e veniamo riconosciuti sul territorio per il lavoro che facciamo. Come accennato sopra, trovarsi “al limite” significa anche più  spazio a disposizione e l’assenza di realtà simili alla nostra. La negatività più forte è la distanza fisica da situazioni  e da un tessuto culturale particolarmente stimolante e il fatto che ciò che facciamo difficilmente viene visto da non genovesi.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Da un punto di vista culturale e sociale la nostra posizione si sta definendo in modo sempre più chiaro. Abbiamo all’attivo progetti dichiaratamente rivolti al sociale e al territorio. L’impatto culturale avviene un po’ di riflesso. Noi ci mettiamo tutto l’impegno e la professionalità possibili perchè i nostri progetti, a qualunque pubblico siano rivolti, abbiano sempre un livello e una qualità elevati. Il ruolo economico è il nostro tallone di Achille: ancora non siamo riusciti a raggiungere un peso culturale e sociale tali che giustifichino un contributo istituzionale alla nostra attività. Questo potrebbe essere un obiettivo per il futuro.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 14: ARCHIVIAZIONI, LECCE

Archiviazioni è un progetto aperto di documentazione, discussione e azione che lavora sul rapporto tra arte e sfera pubblica nel Sud d’Italia e all’estero, con particolare attenzione al bacino culturale del Mediterraneo di cui fa parte. Gli strumenti operativi sono le Azioni artistiche e interdisciplinari, che prevedono diversi esiti e modalità di svolgimento in relazione alla specificità dei contesti coinvolti, come programmi di residenza, workshop, produzioni site specific; e Archivica, archivio attivo e in progress nato in risposta alla mancanza di spazi per l’aggiornamento e la ricerca artistica e curatoriale contemporanea nel Sud d’Italia, attraverso l’archivio come pratica educativa, artistica e generativa di nuovi contenuti e modalità operative.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Da un lato questo aspetto ci permette di sperimentare nuove forme di relazione tra arte e contesto socio-culturale, di avviare processi e fornire strumenti di accesso alle informazioni che potrebbero influenzare la crescita artistica nell’immediato e nel prossimo futuro, e di fornire opportunità d’indagine e riflessione legate al territorio e alle sue peculiarità.  L’altra faccia della medaglia sono le grandi difficoltà da affrontare se si intende cambiare i termini e le condizioni che finora non hanno consentito la creazione di quei circuiti e una crescita artistica locale di livello internazionale.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Dopo un anno dall’apertura, in cui è stato indispensabile analizzare le dinamiche territoriali e gli effetti che il progetto avrebbe potuto produrre in relazione alla sua natura aperta e senza confini geografici, attualmente Archiviazioni è in una fase di ridefinizione. Gli strumenti operativi sono Archivica, primo archivio e centro di documentazione per l’arte contemporanea del Sud d’Italia sviluppato sul rapporto tra arte e territorio e sulle sue peculiarità, e le Azionidi indagine artistica e interdisciplinare sul territorio, che prevedono diversi esiti e modalità di svolgimento in relazione alle tematiche e alle specificità dei contesti coinvolti. Il dibattito sul Sud contemporaneo come spazio di partecipazione e sperimentazione di modelli relazionali tra arte e territorio avviene in dialogo e confronto con altre persone e altre realtà che operano in ambito locale, nazionale e internazionale, che operano in ambito strettamente artistico e in ambiti di ricerca affini. Con artisti, curatori, organizzazioni e istituzioni artistiche, archivi di simile natura e esperti di altre discipline Archiviazioni stabilisce rapporti di partnership e collaborazione, che danno vita a modalità diverse di interazione e connessione, nelle fasi di ideazione, sviluppo e produzione dei progetti e per la raccolta in progress del materiale di Archivica.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Contrariamente ai cosiddetti non-luoghi o a quei luoghi a cui è accomunato dal non avere una funzione e un’identità specifica nell’ambito del sistema artistico contemporaneo, il Sud, e in particolare il Salento dove ho vissuto per un anno per avviare la prima fase del progetto Archiviazioni, non si può fare leva su tali “mancanze” per lavorare su un terreno aperto a più possibilità di azione e crescita, come sta accadendo ad altre città come Bruxelles. Il Salento di oggi e le azioni dei suoi cittadini ad esempio, sono fortemente legati ai confini territoriali e saldamente ancorati ad una recente ridefinizione/rivendicazione identitaria e al relativo immaginario culturale, sociale ed estetico, che promuove un’ulteriore frammentazione geo-politica regionale e italiana e che vede la diversità culturale non come fattore di apertura e contaminazione ma di separazione e chiusura.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Credo sia prematuro affermare di aver raggiunto una posizione. Per quel che riguarda il modo in cui stiamo tentando di farlo, intendendo per “territorio” l’ambito geografico e concettuale del Sud contemporaneo, si veda il punto 2.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 13: VIAINDUSTRIAE, FOLIGNO (PG)

VIAINDUSTRIAE è un’associazione culturale non-profit fondata nel 2005 per promuovere, produrre e incentivare la cultura delle arti visive nella dialettica tra storia e contemporaneità

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Non significa nulla, nel senso che chi sceglie di operare nei luoghi interviene per necessità del progetto che spesso risponde a urgenze interne o del contesto. La marginalità è ovunque anche nei centri di gravità del sistema, chi sceglie di affrontarla culturalmente è automaticamente connesso con altre realtà di qualunque collocazione nel mondo, entrando in una dimensione di confronto locale e globale.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

A questa domanda in parte già rispondo con la prima. Ad ogni modo noi partiamo da due basi: il contesto dove operiamo che entra nella progettazione culturale come elemento fondante e il nostro bagaglio apporto di conoscenza che si traduce nella mediazione culturale ( know
how, relazione ) e nell’archiviazione ( archivio e pubblicazione di opere, manufatti, tracce dei progetti svolti come forma di diffusione ). Dunque partendo dal locale e dal progetto specifico elaboriamo forme di pubblicazione di connettività rivolte al panorama nazionale e
internazionale ( editoria, mostre, progetti di rete, residenze, project rooms, scambi culturali ).

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Nessuna criticità anzi la criticità è fondante. Non patiamo nessuna forma di esclusione riteniamo che il lavoro in provincia sia una condizione di fertilità progettuale. Ci muoviamo molto per gli scambi culturali e per cercare i cosiddetti stimoli che a volte si concentrano in altre città. Spesso una nostra produzione parte dall’Umbria e si muove a Milano, Bologna… in un percorso di naturale esportazione di creatività e progettualità.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Da più di sei anni siamo mediatori culturali in ambito prima comunale, poi regionale. Siamo tra le poche e rare associazioni che si occupano di arte contemporanea e spazio pubblico in Umbria. I nostri progetti nel paesaggio urbano e sociale hanno ricevuto positivi riscontri dal cittadino e dall’istituzione municipale e regionale che patrocina e spesso finanzia il progetto. Per raggiungere un buon dialogo abbiamo lavorato dal basso a partire anche dai progetti educativi all’interno delle Politiche giovanili che ci hanno consentito di affrontare anche tematiche urgenti. Questo settore educativo è necessario per far crescere una cultura del contemporaneo laddove ci sono programmi conservativi e tradizionali.

Qual è il pubblico a cui la vi riferite e con cui vi volete confrontare?

Sicuramente l’età giovanile per gli aspetti formativi, il cittadino in genere che si muove, partecipa e vive i luoghi, e ultimo livello lo specialista o cultore della materia laddove proponiamo progetti specialistici ( mostre, editoria, archivio).

Quanto è importante attrarre e coinvolgere un pubblico locale, a volte anche ristretto, in un momento in cui l’Italia sembra ancora puntare ai grandi eventi e al turismo culturale di massa?

La domanda contiene la risposta. Noi per statuto non crediamo, nè pensiamo mai a festival o eventi effimeri, ma progetti continui o periodici in grado di sostenere un programma culturale ed educativo anche legato ai piccoli numeri.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 12: flip project space, Napoli

Flip project space è una piattaforma di approfondimento di vari ambiti in relazione alla cultura contemporanea e alla pratica artistica. I progetti sono il risultato di un network internazionale e di collaborazioni multidisciplinari.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Significa semplicemente continuare a fare il proprio lavoro, seguire i propri interessi culturali creando una discussione con i propri amici e gli artisti, curatori e professionisti che si sentono più vicini. Non parleremmo di operare lontano dai circuiti consolidati.  I professionisti che gestiscono progetti non profit sono a loro volta protagonisti nel sistema dell’arte e realizzano, in maniera più libera, progetti collaborativi a volte molto interessanti.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Napoli e’ una città incredibilmente fertile dal punto di vista culturale in generale e quindi artistico. Qui, il nostro spazio trova innumerevoli spunti. La nostra intenzione non è tuttavia quella di restare confinati a Napoli, piuttosto di avviare collaborazioni e portare avanti progetti  che possono funzionare anche in altri contesti. Partiamo sempre dal coinvolgimento del nostro network di amici, colleghi, curatori, artisti, architetti e creativi  conosciuti un po’ in giro.  La nostra idea è nata a Francoforte quando entrambi frequentavamo la Staedelschule. In precedenza ero stato un anno in California ed un periodo in Austria. Ala è invece originaria di Toronto, io vivo a Glasgow da due anni. Solitamente coinvolgiamo persone che abbiamo incontrato nel nostro percorso e con cui abbiamo condiviso momenti di discussione. Cerchiamo di conoscere sempre bene quelli con cui lavoriamo. L’idea non è quella di confezionare una mostra, ma di far nascere un progetto basato su una discussione che possa poi continuare nel tempo.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Come  appena detto, crediamo che il network internazionale su cui si basa la nostra attività ci permette  di realizzare progetti con un respiro più ampio. Flip è invitato a mettersi in relazione con contesti sempre diversi.Il nostro progetto how to make a delicious tea, per esempio, dopo essere stato pensato  nella sezione Lido di Artissima lo scorso anno, è stato riproposto presso Art Metropole di Toronto. La nostra potenzialità e risorsa maggiore è la rete di contatti di cui parlavamo prima; grazie a questi il contesto di provenienza con le sue criticità e problematiche non influisce in modo così radicale. 

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

In molte città italiane  il fenomeno degli spazi gestiti da artistiè preminente e molto vivace. Flip è stata una delle prime realtà di questo genere che ha aperto a Napoli, almeno negli ultimi anni. In precedenza ci sono stati alcuni progetti indipendenti non profit come la piattaforma Expòsito o lo spazio Supportico Lopez, nate per iniziativa di curatori. L’ idea di aprire questo spazio è frutto della considerazione delle  dinamiche culturali della città e della necessità di attivare in questo contesto una discussione diversa. Pensiamo che Flip offra l’opportunità di condividere con quanti prendono parte al progetto e vengono da noi invitati a Napoli, alcuni degli aspetti specifici della situazione culturale napoletana. In questo senso è per noi interessante, sebbene lo facciamo in maniera indiretta, occuparci dei contrasti e delle tensioni che coesistono in questo contesto.

Qual è il pubblico a cui vi riferite e con cui vi volete confrontare?

Ci interessa che il pubblico dia un contributo al discorso da noi iniziato. Vorremmo che la separazione tra il lavoro artistico e l’osservatore si dissolva e che la distanza sia superata. Ad interessarci non è la mostra in senso letterale, o meglio anche quando si tratta di una mostra ci interessa che il lavoro abbia un approccio aperto e stimoli un avvicinamento.  In genere cerchiamo di lavorare su format o display che suscitino curiosità.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 11: white.fish.tank, Ancona

Ideato da Ljudmilla Socci e diretto con Elisa Piersimoni, white.fish.tank si è costituito nel luglio del 2010 ad Ancona quale associazione no-profit attivamente impegnata nella cura e diffusione di iniziative artistiche orientate alla ricerca.
Un programma cosmopolita – formulato con il supporto dello storico dell’arte, critico e curatore Andrea Bruciati, in un’ottica di confronto, sperimentazione e stimolo – che affianca alle proposte di artisti internazionali un’offerta più specificatamente legata al territorio.
Un progetto-laboratorio volto a creare opportunità per i giovani artisti che si formano e/o operano nelle Marche.
Un luogo di osservazione, produzione e riflessione per artisti e addetti ai lavori, ma anche per un pubblico sempre più ampio, attento e curioso.
Un progetto-piattaforma aperto a collaborazioni estensive miranti a creare un network di operatori, pubblici e privati, per l’attivazione di progetti organici e puntuali, frutto di un’alleanza forte anche tra arte ed imprenditoria, per uno sviluppo sostenibile della cultura contemporanea.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Con l’esplosione del World Wide Web, il concetto di marginale è profondamente mutato, si può essere ovunque e raggiungere chiunque senza uscire di casa. Il decentramento può rappresentare un valore aggiunto, un’opportunità per innescare dinamiche di stimolo culturale al di là delle tendenze omogeneizzanti del sistema imperante.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Tenere conto delle specificità del territorio di appartenenza è di fondamentale importanza, non si può pensare ad un’attività culturale eloquente che prescinda dal contesto d’inserimento e che al tempo stesso non attivi dinamiche di collaborazione e confronto capaci di guardare oltre i propri confini.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Da un lato un coinvolgimento più diretto da parte dei soggetti interessati che nella maggior parte dei casi si traduce in un sistema più snello e flessibile; dall’altro una propensione marcata verso due meccanismi ugualmente deleteri e apparentemente opposti: autoreferenzialità ed emulazione.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Senza banalizzare sul rischio d’estinzione, vogliamo innescare uno stimolo forse utopico: quello del white.fish.tank è una sorta di progetto pioniere che vuole dimostrare come beni rari, quali la passione e il credere nelle cose, possano far realizzare programmi di estremo interesse anche in condizioni per nulla ottimali.

Qual è il pubblico a cui la vi riferite e con cui vi volete confrontare?

Ci rivolgiamo a persone curiose, si tratti di neofiti o conoscitori, giovanissimi o veterani; l’arte e la cultura sono pratiche partecipative che vanno ben al di là della mera contemplazione, pratiche che richiedono allo “spettatore” lo stesso sforzo cosciente e consapevole di capire e conoscere, che l’artista pretende dal proprio lavoro.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 10: FOSCA, Firenze

Il progetto Fosca è una rete in continua definizione che mira a creare spazi di indagine e riflessione nella cultura contemporanea, attraverso creazioni nell’ambito delle arti performative e visive. Tale progetto trova la sua origine e riconosce una sorta di continuità con alcune realtà ed esperienze di teatro di ricerca e organizzazioni di eventi culturali nel territorio metropolitano toscano.
Fosca non vuole essere una formazione di persone, piuttosto un insieme di collaborazioni e vissuti, in continua mutazione fra soggetti, linguaggi, territori e ambiti disciplinari. E’ uno spazio mentale che trova la sua manifestazione in azioni concrete nella ricerca artistica e nello studio dei linguaggi della contemporaneità, occupandosi trasversalmente di cultura, educazione, socialità, scienze umane. E’ progetto di creazione, produzione e promozione artistica di spettacoli, laboratori, eventi, momenti di studio, mostre, pubblicazioni, trasmissioni radiofoniche.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Non ci siamo mai poste nessun limite di interlocuzione rispetto al contesto, abbiamo piuttosto cercato e ricerchiamo sinergie specifiche per ogni progetto che abbracciano sia realtà “di settore” che ambiti marginali o assolutamente avulsi dalla produzione artistica. Questo ci permette di avere uno scambio vivace e produttivo con diverse realtà sociali ampliando il numero dei nostri interlocutori e la qualità della relazione con il pubblico. Il nostro modo di lavorare più che marginale rispetto al sistema dell’arte ci consente di ridefinire costantemente la nostra posizione rispetto a tale sistema aggiungendo senso alla creazione artistica.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

I nostri lavoro nasce in relazione e dialogo con artisti e ambiti di ricerca, abbiamo costruito un network interdisciplinare che ci consente uno scambio e una partecipazione allargata sui nostri progetti. Sul territorio abbiamo scelto di attivare uno spazio, nel 2010 abbiamo preso una sede specifica Frau Frisör Fosca ex barbiere di un quartiere periferico, questo ci ha permesso di calarsi con maggiore concretezza nel territorio cercando di restituire non solo un luogo di fruizione artistica ma anche uno spazio di socialità. Al tempo stesso abbiamo coinvolto e costantemente ci poniamo in relazione con artisti e gruppi di ricerca attivi su scala nazionale e facciamo parte di un network di spazi indipendenti che si occupano di produzione artistica in Italia con cui abbiamo partecipato ad Artissima Lido (artissima torino 2012)

Quali  sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Il contesto fiorentino è un sicuramente provinciale con delle problematiche legate al sostegno al contemporaneo peculiari solo alle città d’arte. Prima problematica è quindi legata alla progettualità istituzionale volta al sostegno delle realtà di ricerca, la tendenza istituzionale è imprgnata a cercare il grande nome più che a dare sostegno continuativo alle attività artistiche e social practice attive sul territorio, diviene così complicato dare continuità a percorsi che si occupano di sperimentazione e di relazione attiva con il pubblico e il contesto. Un vantaggio è quello di avere molte occasioni di scambio e facilità di relazione con le altre realtà e gli artisti locali e cercare spesso insieme delle dimensioni interessanti per la produzione artistica.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Fin dalla sua formazione come associazione culturale, Fosca ha portato avanti l’attività specifica laboratoriale sia nelle scuole primarie di primo e secondo livello, sia in centri d’arte e teatrali. In questi anni, con l’inizio delle attività dello spazio Frau Frisör Fosca siamo divenuti punto di riferimento per consulenze e attività legate alle arti performative all’interno del contesto territoriale e del quartiere in cui siamo inseriti. Abbiamo relazioni con istituti internazionali e festival internazionali che ci coinvolgono nelle loro programmazioni. E’ nostro interesse affiancare le produzioni artistiche (performance e progetti artistici) con il lavoro di consulenza e di laboratorio, cerchiamo attraverso questa combinazione di sensibilizzare quei contesti meno toccati dalla produzione artistica portando una sensibilità e una visione del contenporaneo vicino a più persone e contesti.

Qual è il pubblico a cui vi riferite e con cui vi volete confrontare?

Non ci interessa il pubblico di settore ma un rapporto con i luoghi e le persone che ne fanno parte e li animano.

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DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 9: NICO VASCELLARI

Ti sei formato all’interno della scena musicale punk, lontano dai percorsi tradizionali del mondo dell’arte. Cosa ti ha spinto a diventare un artista e a fare della sperimentazione musicale e performativa il centro della tua pratica?

Mi sono avvicinato alla scena underground in reazione al panorama sul quale, volente o nolente mi affacciavo. Avevo 14-15 anni. L’idea di DIY mi ha cambiato totalmente, radicalmente, velocemente. Ho cominciato a organizzare concerti, a suonare, produrre e divulgare fanzine e dischi, girare l’Europa in tour rocamboleschi…
L’ho fatto per anni con entusiasmo e convinzione. Lo faccio ancora con rinnovata energia. Nel frattempo però non mi è sembrato più sufficiente. Forse anche in relazione al pubblico. Non ricerco necessariamente un consenso. Piuttosto mi ha sempre affascinato il concetto di spaesamento. Di fuori luogo.
Non saprei dirti quale sia il centro della mia ricerca al di là di me stesso.

Perché nel momento in cui hai sentito questo bisogno hai scelto l’arte come campo di azione?

In tour, durante il giorno prima dei concerti, spesso visitavo i Musei. Ho ritrovato da poco dei quaderni nei quali prendevo appunti. Scrivevo i nomi degli artisti che mi colpivano… Basquiat, Matta Clark, Nauman, Hirschhorn, Nitsch, Brus, Schwarzkogler, Abramovic… Per qualche strana fatalità o intuizione (non necessariamente corretta) mi sentivo molto vicino. In quei giorni mi sembrava la cosa più naturale possibile.
Inoltre ero davvero stremato dalla bigotteria e il moralismo che animava la scena musicale di allora. Definiamolo ‘punk’ per pura comodità… Mi ci ero avvicinato per una forma di rigetto totale. Mi era parso di essere circondato da persone che si opponevano in maniera radicale a chiusure di ogni sorta. In realtà ogni scena, e questo vale moltissimo anche per l’arte, stabilisce regole comportamentali ed espressive. Il catechismo mi è sempre sembrato ridicolo ancor prima che noioso. Il buono e cattivo. Ho sempre preferito il brutto.

L’improvvisazione, l’incapacità di controllare l’esito finale, la presenza di un luogo dove esibirsi e la necessità di relazionarsi con un pubblico sono aspetti presi in prestito al mondo della musica e dei concerti. Cosa significa per la tua pratica fare irrompere all’interno di musei e altre istituzioni più tradizionali questi elementi tratti dalla scena underground? Cosa t’interessa in particolare della possibile commistione di questi due mondi?

Il disagio come dicevo prima. Ho sempre trovato stimolante quanto difficile l’idea di essere fuori luogo.

Come dicevi prima, anche l’arte stabilisce norme comportamentali ed espressive. In che modo i tuoi interventi mettono in discussione queste regole e i limiti stessi di musei e gallerie che li ospitano? E’ possibile considerare questo tuo approccio immediato e a volte violento una reazione alla mancanza di fisicità e di confronto diretto all’interno di questi spazi?

Certamente molti miei interventi nascono come una reazione ma rispondo semplicemente a una mia esigenza personale.
Il mio modo di mettere in discussione le regole sta nel cercare di non conoscerle ancor prima di riconoscerle o negarle.

Essere in un certo senso estraneo a queste logiche al fine di testarne i limiti?

No. I conti vanno sempre fatti con se stessi.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 9: FONDAZIONE SOUTHERITAGE, MATERA

La Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea è istituita nel 2003 a Matera come espressione di una filosofia imprenditoriale che considera la valorizzazione della creatività contemporanea e del presente avanzato come requisito necessario per il pieno assolvimento della funzione sociale dell’impresa, al proprio interno e verso il contesto di riferimento.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Il fatto di essere a Matera ci ha dato un punto di vista diverso che ci ha portato alla produzione di progetti diversi. Per noi il territorio è un fattore primario nell’implementazione dei vari progetti culturali proposti e rappresenta lo spazio mentale e fisico ideale per portare avanti le proposte in un contesto in cui il lavoro e la vita  è vissuta qualitativamente in modo diverso.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

La Fondazione SoutHeritage nasce in Basilicata, una regione eccentrica nel senso di “fuori da ogni centro”, piena di contraddizioni, non spiegabile e non comprensibile con il ricorso a modalità consolidate, bensì attraverso la soggettività dello sguardo e dell’esperienza personale. La fondazione essendo una fondazione d’impresa è stata istituita come espressione di una filosofia imprenditoriale in un Sud Italia che negli ultimi anni è certamente cambiato ma che in fondo è rimasto un territorio “estremo”, che permette, proprio per questa sua condizione, un margine di sperimentazione progettuale che in territori meno “liminari” non è possibile. Inoltre il Mezzogiono per la Fondazione SoutHeritage rappresenta una perfetta “realtà ibrida”, frutto di una progettualità debole che appare sempre più simile al mondo che ci si prospetta nei prossimi anni.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

La specificità della storia della città di Matera e della posizione geografica del territorio lucano ha offerto un terreno più che fertile per una piattaforma di discussioni e idee fra regionalismo e internazionalismo. Le criticità di un contesto come questo sono le stesse di ogni angolo d’Italia e cioè quelle di un Paese con un sistema istituzionale e formativo poco organizzato e preparato alle esigenze e agli sviluppi del contemporaneo

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Il ruolo pionieristico della Fondazione SoutHeritage ha in poco tempo catalizzato gli interessi di una vasta community sparsa in un bacino territoriale che va dalla Puglia alla Campania, dalla Calabria alla Basilicata. Una community che ha voglia di cultura e contemporaneità e che vuole relazionarsi con il resto d’Italia e dell’Europa. Si auspica dunque che il nostro lavoro che oggi rappresenta un esempio e un punto di riferimento sovraregionale continui ad esserlo, in un sistema che rimane ancora tutto da costruire, da inventare e che ha bisogno di nuove energie e professionalità.

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DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 8: ANDREA SALA

Architettura e design sono due sfere a cui attingi spesso nella realizzazione delle tue opere. Puoi parlarmi del tuo rapporto con queste discipline?

L’essere brianzolo è una realtà che mi ha portato a lavorare con l’architettura ma principalmente con il design. Soprattutto all’inizio della mia ricerca, proprio perché c’è un rapporto tra la mia identità e il luogo dove sono cresciuto. Sono nato in un territorio dove per anni, e tuttora, si continua a produrre mobili. La mia stessa famiglia faceva parte di questo mondo, e quindi è stato molto facile, e direi inevitabile, avviare il mio rapporto con il design. Penso sia importante utilizzare e sfruttare al massimo le competenze e le influenze che hai acquisito nel tempo; questa è una cosa che vedo in tantissimi artisti: penso un personaggio come Joseph Beuys, e alle sue radici nella biologia.
C’è poi un vero e proprio amore per certi oggetti: mi innamoro degli oggetti e delle forme che poi riutilizzo o che mi aiutano ad andare verso un’altra direzione. Infine ho sposato un architetto, che non ha mai però realmente lavorato come architetto quanto piuttosto come ricercatrice e curatrice di mostre sull’architettura. Posso quindi dire che l’architettura e il design fanno parte della mia vita e che la scelta di includere queste due discipline all’interno della mia ricerca è stata sempre molto naturale. Negli ultimi lavori che sto facendo, si sta sfaldando sempre di più questo rapporto diretto con il singolo oggetto di design. Ne rimane un lavoro più concettuale sulla forma. Mentre nei miei primi lavori esisteva proprio un oggetto referente, una forma a cui succedeva qualcosa, adesso c’è un mischiare più elementi contemporaneamente per ottenere un altro risultato.
Il concetto fondamentale di “display” è sempre stato parte del mio lavoro, anche se prima non ne ero completamente consapevole. Quando ho fatto ad esempio nel 2003, in occasione dell’apertura della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un lavoro sulla Villa Savoye di Le Corbusier, trasformandola in una libreria, la mia idea non era per forza allora mirata al concetto di display. Oggi guardando questo lavoro mi rendo conto di quanto invece fosse proprio sul display: mi fa molto piacere capire a posteriori certi aspetti in mie opere precedenti.

Nel tuo lavoro ti confronti spesso con altri artisti o personaggi che in qualche modo hanno ispirato o influenzato la tua ricerca. Da cosa nasce e come si è evoluta nel tempo questa necessità di confronto e di dialogo?

Intanto mi piace tornare sul termine che ho usato prima, ossia su questo mio innamoramento per l’oggetto. Ad esempio parlando di Luciano Fabro, c’è per me veramente una forte emozione nell’incontro con una sua opera, solo dopo arriva la fase di studio e di analisi di alcuni dettagli. Luciano Fabro mi fa impazzire perché, al di là del suo contributo e appartenenza alla straordinaria ricerca Arte Povera, le sue opere hanno dei dettagli di realizzazione molto interessanti. Una cosa che mi appassiona molto è proprio la pratica di questi personaggi, non si tratta solo di osservare un lavoro, ma di capirne la metodologia che ne sta dietro. “Prendere in prestito” ad un altro autore le sue capacità, per cercare poi di trasportarle verso un’altra direzione. Questa è una cosa che mi ha sempre divertito molto fare con il lavoro di vari personaggi che ho utilizzato o che adesso rielaboro, mischiandoli fra loro.

Come un partire da una certa metodologia, metterti nei panni di questi personaggi e poi vedere dove ti porta questa cosa.

Esatto. Mi piace proprio un po’ indossare queste maschere. Indossare per esempio la maschera di Luciano Fabro o di Achille Castiglioni e poi iniziare a vedere attraverso quella maschera. Un libro bellissimo da cui mi piacerebbe ad esempio partire per analizzare questo concetto di maschera, è un libro di Hans Arp. Nel libro si trova una pagina rigida, che è un suo quadro e dove le parti bianche sono dei buchi: è come se io potessi guardare attraverso questi buchi, come se indossassi questa cosa e vedessi attraverso questi buchi che però sono le forme di Arp. Mi piace divertirmi nel vedere o nell’utilizzare il lavoro di un artista, mi piace che ci sia sempre un aspetto ludico, anche se poi il risultato finale e formale è molto spesso di un forte controllo.
Di nuovo la mia origine mi porta ad una ricerca “ossessiva” del dettaglio, dell’estrema soluzione formale di pulizia. Anche se poi devo dire che l’essere stato per sette anni in un territorio come il Canada dove non potevo più lavorare con l’artigiano brianzolo che sperimentava con me nel fare tutto, ha cambiato tantissimo il mio lavoro. E’ lì che ho iniziato anche a lavorare molto di più io stesso su un pezzo. Molti degli ultimi lavori nascono proprio da una mia realizzazione diretta, cosa che fino a poco fa era una pratica che non utilizzavo. C’era una fase progettuale, nasceva un progetto, era realizzato e poi veniva messo in un luogo, una mostra. Avevo importato dal mondo del design il processo di realizzazione. Ora invece c’è la parte di studio e progettazione come sempre ma anche una parte importante di realizzazione diretta di mia mano. Continuo a mischiare le due cose però sto cercando di ridurre questo filtro, che poi è una cosa fantastica perché l’artigiano e la sua competenza mi hanno sempre aiutato a superare dei limiti, a esasperare certe cose e a sperimentare con lui facendo nascere una serie di forme che cercavo.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 8: NOSADELLA.DUE, BOLOGNA

Nosadella.due nasce dalla volontà di lavorare a stretto contatto con artisti e curatori di altri paesi all’interno di una dimensione intima e domestica, autonoma e sperimentale, capace di favorire un confronto autentico, utile al rinnovamento del pensiero contemporaneo, alla sua trasmissione sul territorio e alla produzione, in esso, di tracce significative della cultura attuale. Si basa su un’esperienza collettiva e si presenta sostanzialmente come una casa, una situazione domestica in cui si mettono in moto dinamiche di condivisione ogni volta differenti. L’intento è creare un vero laboratorio di cultura contemporanea in cu fari confluire e sviluppare le ricerche più attuali in ambito visivo, artistico e critico, mettendo in relazione gli ospiti con addetti ai lavori così come con un pubblico generico di cittadini.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

 I circuiti culturali non sono fissi, ma sempre in fase di trasformazione. Un centro minore può diventare improvvisamente nodo di attenzione grazie alla politica degli eventi, a strategie promozionali, a tentativi di centrificazione. Il sistema oggi non è più centralizzato ma funziona sempre di più come una costellazione in cui le singole realtà territoriali e culturali entrano in relazione per sviluppare progetti condivisi facendo emergere le loro potenzialità. Negli ultimi anni i cosiddetti “centri minori” offrono possibilità uniche grazie a processi di valorizzazione delle loro specificità.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

La costellazione di cui parlavo prima si compone proprio di “stelle” più o meno luminose, più o meno anziane, che, unendosi, vanno a formare un disegno che necessita di ognuna di loro. Questo avviene al di sopra di ogni geografia, laddove si trovano terreni fertili per collaborazioni e intenti comuni nella progettazione.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

La risorsa prima di Nosadella.due è il suo spazio, inteso in senso fisico ma anche mentale e dunque le persone che lo curano e lo nutrono, da chi ci lavora a chi è temporaneamente ospite. Insieme, questi due aspetti conferiscono unicità a un progetto che difende un approccio indipendente come valore primario, pur cercando sempre un dialogo con le politiche, cittadine, nazionali, e internazionali, attraverso processi di negoziazione che partono dalla sperimentazione di nuovi linguaggi e formati che rendano possibile tale dialogo. Le criticità sono quelle che emergono in ogni contesto italiano (ma non solo) rispetto all’arte contemporanea, ovvero la mancanza di “educazione” non solo del pubblico ma anche e prima di tutto della Pubblica Amministrazione.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Il nostro ruolo è quello di produttori: di progetti artistici da un lato, con tutto quello che prevede la produzione di opere d’arte pubblica a livello di coinvolgimento economico e di responsabilità di aziende, privati ed enti pubblici; e di significati dall’altro, all’intero di processi già in corso sul territorio e attraverso la visione autonoma, apolitica, e soprattutto metaforica dell’arte, ovvero lo sguardo critico e visionario dell’artista. I progetti d’arte pubblica che realizziamo possono essere “ritratti” della città o interventi diretti su di essa, e prevedono sempre la collaborazione di istituzioni e realtà indipendenti del territorio così come di partner internazionali in grado di offrire uno sguardo critico e un livello di discorso sulla “sfera pubblica” più ampio. Lavoriamo come costanti osservatori e mediatori  per far emergere le conflittualità latenti e per generare relazioni.

Qual è il pubblico a cui  vi riferite e con cui vi volete confrontare?

I progetti di arte pubblica sono tipicamente rivolti a una pluralità di pubblici differenti ed è molto raro che gli artisti che operano sul contesto pubblico decidano di escludere alcune categorie sociali a priori. Allo stesso modo, Nosadella.due adotta una metodologia inclusiva e partecipativa, con la finalità di condividere i processi creativi e i messaggi delle opere con la cittadinanza nella sua interezza. Lavorando sul locale a livelli di eccellenza, i progetti realizzati diventano poi casi di studio, esperienze, narrazioni che viaggiano nel mondo.

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