Interviste

INTERVISTA A GIANLUCA D’INCA’ LEVIS, curatore di Dolomiti Contemporanee

Caro Gianluca,

 vorrei cominciare questa “chiacchierata” chiedendoti di raccontarmi un po’ della tua vita. Quando e perché hai deciso di dedicarti “Full-Time” all’arte? Insomma, dal principio per arrivare alla tua professione…quella di curatore. Come sei diventato curatore? In che cosa consiste, secondo la tua esperienza, il lavoro di curatore d’arte contemporanea, considerando l’ineffabilità del suo ruolo e la polemica che ruota proprio intorno alla sua funzione.

DC Opening, edificio Pavone, foto A. Montresor

Sono laureato in architettura, e ho trovato sempre quell’alveo culturale -come d’altronde molti altri- piuttosto angusto e geometrico e schematicamente pragmatico. La mia formazione è di gran lungo più letteraria e umanistica. Per molti anni, mi sono occupato soprattutto di studiare e approfondire temi teorici, letterari, filosofici, estetici, operando poco sul piano pratico, che consideravo distrattivo, e privilegiando l’analisi critica. Molte delle cose che vedevo fare in ambito artistico, mi parevano fatte male, con poca cura. In senso lato, credo che curare voglia dire avere attenzione, energia, determinazione, urgenza espressiva, oltre ad un progetto culturale, che dev’essere nuovo, che deve porre una differenza, nella fase ideativa, nel costrutto culturale. Quindi curare vuol dire essere, in qualche modo, scientificamente e famelicamente eversivi. Una cosa ben diversa dal lavorare su una prassi artistica all’interno di un sistema stabile (o statico).

Sono convinto quindi che il curatore dovrebbe essere una figura capace di proporre stimoli artistici e culturali differenti, nuovi, critici. In qualche modo un aggressivo. Non un operaio specializzato del contemporaneo, non un operatore neutrale al servizio dell’artista. Altrimenti non si cura, si fanno i services agli artisti, e si diventa pigri entrambi -o, al limite, politicanti.

Curatore e critico: quali sono i confini dei due ruoli che oggi tendono a confondersi.

In un senso generale -forzo un po’ per rendere un concetto che giudico centrale: curatore e critico sono la stessa cosa. Non esiste IL curatore. Non esiste IL critico. Non esistono queste due figure di carta. Curatore e critico non sono due categorie professionali. Esistono soggetti capaci di critica, dotati di attitudini critiche e ideative, e soggetti che ne sono privi. Senza queste attitudini, non si può aver cura di nulla, tranne forse di qualche bibliografia e dell’editing delle didascalie. Infatti, ci sono figure di (sedicenti) curatori e critici che annoiano, segnano il passo, stanno fermi, invece di avanzare, di tentare un movimento rinnovativo. Non sono attivatori, piuttosto, al massimo, manutentori. A me queste figure, che spesso operano in modo formalmente corretto, sui toni del grigio, spacciando un ordine acritico per misura, non interessano. Credo non servano a nulla. Anzi, sono nocive. Motivazioni insufficienti. Attitudini compilative. Ordine senza slancio. Insomma, tutto quel che non serve a rigenerare un tessuto (l’arte, la vita attraverso lo sguardo dell’arte) che invece è vivo, dovrebbe essere vivo, porta in sè la libertà di poter essere vivo. Invece, ecco il contemporaneo come camposanto. Senza guerra, e senza l’ombra di un naufragio. E allora, diplomaticamente, direi: a mare gli oziosi.

Come avrai capito, non mi interessa tentare di dare l’ennesima definizione generale ed astratta del concetto di Curatore e di Critico. Queste figure sono ridicole, nella sacralità che si conferisce loro talvolta (o che esse si autoattribuiscono). Il culto dei morti. L’aura immobile. Anche perchè il curatore, come lo sto definendo io, è, in qualche modo, l’esatto contrario di un funzionario iconizzato: è un dissacratore, un ginnasta, un affermativo. Non esiste dunque alcun distintivo, o tesserino, di critico e curatore; queste due figure non ci sono, al di là della capacità e della bontà e delle forza dei loro progetti. Aggiungo che, se uno non è uno  spirito critico, non lo diventerà mai.

 

La Nascita di Dolomiti Contemporanee.

Quali sono state le idee e i progetti che ti hanno guidato? Quali le influenze e le ispirazioni? In che cosa Dolomiti Contemporanee si differenzia rispetto ad altri progetti espositivi, progetti di arte pubblica, gallerie, Kunsthalle, spazi espositivi in genere…musei? Qual è la sua unicità?

Non c’è stato un modello privilegiato, a cui guardare, da replicare, o adattare ai casi nostri. Non mi attrae molto l’idea di mutuare un modello da un altrove. Le situazioni sono sempre specifiche. Vanno comprese, e trattate in modo adeguato, attraverso una prassi chirurgica. Io non comprendo attraverso il raffronto, non all’inizio almeno. Naturalmente studio, ma credo che le bibliografie e i riferimenti, usati in modo scolastico, siano spesso il rifugio di chi non vuole, o non sa, offrire una propria visione, e che l’eteronomia, fingendo d’orientare, perda invece l’uomo, spesso confermandolo nell’erramento.

Diciamo che a modelli, analogie, contiguità (e differenze), inizio a guardare dopo una prima fase di gestazione endogena. Parto da un’idea, e da una motivazione, e comincio a sviluppare dall’interno, induttivamente.

Il progetto DC dunque è nato autonomamente, da una volontà di fare e di rinnovare; in ciò, in quest’aspirazione, esso è totalmente libero; al tempo stesso, il progetto è espressamente legato ad un territorio specifico, che però non lo soddisfa integralmente, non ne esaurisce il potenziale. Un territorio altamente configurato può esso stesso divenire vincolo, o limite, qualora lo si usi impropriamente (ma questo vale per qualsiasi altra cosa al mondo). Trovo attraenti i “teatri vincolanti”: il limite genera sempre le condizioni per una sfida. Ma la nostra non è un’azione dimostrativa; abbiamo inteso piuttosto, lavorando su un campo relazionale aperto, avviare un’ipotesi culturale nuova, a partire da (per, in, da), questo territorio. L’arte contemporanea, spesso, è tanto specifica da risultare settaria, ed in ciò anticulturale, nel senso di negazione d’opportunità e d’apertura. Naturalmente, avviare un ragionamento culturale lato non esime in alcun modo dalle necessità specifiche, dalle attenzioni curatoriali. Semplicemente, se le due azioni vengono connesse, il progetto assume una valenza ulteriore, e si struttura qualchecosa di più di un mero evento espositivo.

DC il complesso di Sass Muss, foto Marzio De Santis

DC il complesso di Sass Muss, foto Marzio De Santis

Qual è la definizione che ti senti di dare a Dolomiti Contemporanee, se esiste una definizione?

È un progetto di rete. Che cosa intendi? È un progetto di arte pubblica? Cosa significa?

Definire sinteticamente e univocamente DC non è semplice, e forse nemmeno corretto, dato che siamo attivi da pochi mesi, e che c’è ancora molto da fare per impostare in modo chiaro la struttura del progetto.

Credo che la sua identità potrà essere compresa meglio solo dopo che avremo avviato le fasi successive.

Per ora, direi che questo progetto è piuttosto nuovo, che si differenzia da altri progetti d’arte contemporanea.  Uno degli elementi da cui scaturisce è proprio questo: marcare una differenza. Non per amore d’eccentricità, ma per, direi, rifiuto del trend, e volontà di generare un soggetto nuovo. Inoltre, di diverso c’è questo: io opero da poco (tre anni) nel mondo dell’arte contemporanea, quindi il mio network non è amplissimo. Il progetto DC quindi non poteva sorgere su uno zoccolo di conoscenze e relazioni acquisite. Doveva nascere da solo, e risultare convincente in sé, come opzione culturale con un’identità forte, che sorge, per scelta dichiarata, in un territorio particolare. E’ stato solo dopo aver costruito l’impianto generale, che mi sono rivolto a curatori ed artisti, interessando quelli a mio giudizio più compatibili.

A me non interessa tutta l’arte contemporanea. Mi interessano solo le esperienze che hanno una capacità rinnovativa, in cui il progetto pone un’ipotesi culturale, cerca uno scarto rispetto ad un’inerzia, e si rivolge all’esterno per un confronto diretto. La rete, in termini generali, è semplicemente quest’attitudine.

La rete non va quindi fatta con chiunque, ma solo con chi è effettivamente interessato a farla a sua volta.

Penso vi sia molta inerzia in giro, molti gruppi, gruppetti, gruppuscoli, che ritengono di custodire una chiave per la via al contemporaneo. Così, alcune porte (piccoli usci bassi d’isba) non si aprono mai. Questa narcolessia, che si nutre di certo bianco immobile e silenzioso ad ogni costo, trasforma certi consensi artistici in tristi cripte dove si pratica un’evangelismo dell’assenza. Luoghi chiusi in modo anormale. Mentre le situazioni interessanti sono, semplicemente, quelle normali. Normale è un termine sorprendente e depotenziato e falsificato. Come molti altri termini, viene usato, per sciatteria, in ribaltamento costante. Molto di ciò che viene preso per normale, non lo è, e viceversa. Normale è far le cose per bene, ed aprire con forza. Non necessariamente in modo convenzionale (normale non sta per abituale), ma rettamente (salire diritti è normale: la via alpinistica più semplice che sale una parete è detta la via normale). Mentre muoversi piano, guardinghi, al chiuso, custodendo gelosamente, è anormale (e sterile).

Credo DC sia un progetto forte ed attento, scevro d’ingenuità di sorta, che cerca una via, normale, o diretta (in montagna, la via diretta è più difficile di quella normale, che evita le difficoltà maggiori, cercando i passaggi più semplici, le linee di debolezza della parete).

Utilizzare e gestire una certa forza mantenendo però la misura; la stessa determinazione a parlare di forza, senza voler fare di ciò il manifesto di un novello elan antagonista, senza eccessi d’esuberanza o competitivismi infantili; voler creare un progetto alternativo, che non esordisce in sordina ma non tenda al lirismo proclamatorio, un progetto anche antagonista e combattivo, rispetto ai modelli standard asfittici propri di certa arte contemporanea; questo m’interessa, in un mondo in cui pensiero e ragione debole sembrano a tratti essersi impossessati di un ambito solo teoricamente riflessivo e creativo (quello artistico appunto), paralizzandolo, e imprigionandone molti operatori all’interno di una specie di clichè comportamentale -questo sì- reazionario, dove si opera a chiudere, invece che ad aprire, e dove l’esclusione è il principio dominante.

Con ciò, ribadisco, non intendo dire che il concetto di rete, in DC, sia acritico e omniclusivo. Che la rete coincida con una sorta di tendenza ecumenica indifferenziata. Per nulla. Le corrispondenze devono essere biunivoche. Entra solo chi è sintonico.

DC, opere di Mario Tomé, foto A. Montresor

In un senso generale dunque, la rete è un’attenzione relazionale e la volontà di progettare un dispositivo culturale integrato, capace di azioni rinnovative.

Praticamente, la rete si configura come una serie di rapporti, che vengono cercati, e avviati, con soggetti diversi, giudicati compatibili e necessari allo sviluppo organico del progetto. Quindi, le reti sono in realtà numerose, differenti, integrate (o integrabili). E sono attive (reti di fatto, non reticolo teorico).

Il progetto è supportato ad esempio da una serie di soggetti pubblici che garantiscono una cornice istituzionale all’iniziativa (Amministrazione ai suoi vari livelli). La componente istituzionale, naturalmente, non influenza o limita in alcun modo l’indipendenza (culturale, ideativa) del progetto, lo sostiene anzi attivamente, anche con contributi economici, e gli consente effettivamente di esistere, e di avviare un ragionamento più completo, che tenga conto anche di un’interazione con il tessuto socio-culturale del territorio in cui opera e a cui si rivolge in primis, per fornirgli uno stimolo (niente esclusivismo dell’arte: rete è apertura).

C’è, ovviamente, la rete culturale-artistica, costituita dai curatori che collaborano al progetto, dagli artisti coinvolti, dai musei le gallerie i collezionisti che prestano le opere, dalle istituzioni cooperanti (cito, tra  gli altri, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzo Riso, Kunstart). C’è la rete legata agli aspetti di ambiente e territorio (Ministero dell’Ambiente, Fondazione Dolomiti Unesco, Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi). C’è la rete degli sponsor privati, decine quelli coinvolti, una buona parte dell’industria locale dell’area prossima al sito di Sass Muss: grazie  ad essi, riusciamo a coprire una parte dei nostri costi, ed anche ad affrontare la produzione di nuove opere. A livello locale, attraverso il coinvolgimento di associazioni, enti, gruppi volontari, scuole, cerchiamo di implementare ulteriormente questa struttura relazionale, di farla crescere in seno alla comunità, per non correre il rischio di isolarla, e per dimostrarne anche il valore formativo. In tal senso, molto importante anche l’attività svolta con i laboratori didattici.

Tutto ciò va integrato, le reti vengono incrociate, si fa un lavoro continuo di relazioni, intrecci, coinvolgimento attivo dei diversi interlocutori nei singoli progetti. La penetrazione deve essere capilare. Così, quando la macchina si muove, è più potente, in virtù delle molteplici ramificazioni; la partecipazione costituisce un sistema di crescita e di amplificazione.

Il progetto di Dolomiti Contemporanee nasce e si sviluppa da una forte considerazione del luogo in cui è sorto, delle Dolomiti come principale protagonista e fulcro culturale di una riflessione sul rapporto tra arte e ambiente naturale. Da dove nasce quest’esigenza?

Arte per il territorio o territorio per l’arte?

DC Padiglione Sass de Mura, foto G. De Donà

Circa un annoemmezzo fa, scrivevo uno dei primi testo introduttivi al progetto; gli assunti di base erano già piuttosto chiari, e non cambiano; credo quindi di poterlo utilizzare per rispondere alla tua domanda, eccolo:

Dolomiti Contemporanee è un progetto d’arte contemporanea nella (dalla) regione dolomitica.

Dal 2009, le Dolomiti (una parte di esse) sono divenute un sito Unesco, Patrimonio dell’Umanità.

Le Dolomiti sono dunque una risorsa (dell’Umanità). Fatta d’ambiente, roccia, spazio verticale, potenza degli elementi dispiegati; e di interazioni antropiche; e di processi, più o meno sostenibili, di utilizzo e configurazione e fruizione del territorio.

Anche l’arte contemporanea è una risorsa. Un crogiuolo. Un’officina. Essa corrisponde ad un esercizio critico d’intelligenza. Produce processi d’analisi del senso, formalizzazioni di pensiero critico; è costruzione diretta o mediata di rapporti e relazioni, riflessione acuta sulle identità, elaborazione plastica di concetto e metafora; è palestra d’azione, impulso alla generazione di oggetti rivelatori, testimoniali, critici; sviluppatore di senso.

L’arte (contemporanea) è uno scandaglio. Ed un visualizzatore, amplificante. Applicata ad un oggetto, ad uno spazio, lo legge, vi entra, lo apre, vi deposita la larva fisica del proprio pensiero formalizzato. Ne fornisce un quadro clinico, lo viviseziona, lo accende, lo esplode, lo celebra, lo rappresenta, lo crocifigge. L’arte concentra l’idea, le dà corpo, ne ricava immagini sintetiche pervasive.

Immaginiamo dunque di inaugurare una stagione di riflessione ed azione nell’ambito -territoriale, spaziale, fisico, tematico, ideale- delle Dolomiti. Non pensiamo a delle mostre chiuse, né a questo come ad uno spazio compiuto nella sua specificità. Pensiamo piuttosto ad un gruppo di curatori, e di artisti, e di soggetti differenti, interessati a puntare la loro lente in questa direzione. Che scrutino, indaghino, dissezionino, estrovertano (ed introvertano), trasformino, muovano, la fisiologia dei luoghi, producendo criticità (e criticismi) ed una ricca, variegata messe di sedimento esteticointellettuale. Muovendo lo spazio.

Questo processo di interazione con il luogo, non produce dunque (solo) una serie di eventi espositivi, ma innesca un processo, di riflessione, di operatività, di lavoro, su (da) questo territorio.

Dolomiti Contemporanee vuole essere, vuol diventare, una modalità di riflessione e di azione culturale sul territorio. Questo territorio non viene narrato, descritto. Non descrive se stesso. Diventa un luogo d’incontro. Innesca processi.

La struttura di Dolomiti Contemporanee prevede la messa a punto di una piattaforma logistica territoriale.

L’istituzione di una rete fitta di rapporti tra numerosi soggetti eterogenei, istituzionali, politici, sociali, culturali, artistici, imprenditoriali, didattici -territoriali ed extraterritoriali- punta a costituire quest’esperienza come uno spazio integrato d’azione sul territorio, che sappia operare all’interno di una mappa estesa e ramificata. Dolomiti Contemporanee non è una mostra. E’ un progetto di rete.

Dolomiti Contemporanee è un progetto nato meno di due anni fa. Nel 2009 c’era già un’idea, un’idea complessa, che aveva bisogno di una gestazione, di crescere e definirsi. Già da tempo, avevo iniziato a ragionare sulla montagna in rapporto all’arte. La montagna mi interessa, dato che la vivo quotidianamente, attraverso attività come l’arrampicata, l’alpinismo, lo scialpinismo, ecc. Queste pratiche, per me, non hanno nulla a che vedere con l’attività sportiva, sono piuttosto modi creativi e vitali di azione dell’essere, palestre mentali, più ancora che fisiche, metodologie di azione e riflessione sul significato dell’essere, sulle sue possibilità, limiti, spinte, ecc. Alla base di queste esperienze, che, se vissute integralmente, sono totalizzanti, c’è una volontà di esplorazione, ricerca, approfondimento, interrogazione, anche e soprattutto intellettuale,  la scelta di rapportarsi a sè stessi e ad elementi forti e definitivi. In montagna non c’è spazio per le amenità, le cose di troppo, il sovrappeso, le tartine agli opening. Devi fare tutto quello che è necessario, nel modo corretto. L’inessenziale non esiste, è pericoloso. Si elimina tutto tranne il necessario, e si cerca una via salendo. Credo che questo sia esattamente il tipo di atteggiamento che si dovrebbe avere in campo artistico. Se un artista, o un curatore, non sono motivati al 100% rispetto ad un’idea di ricerca nuova e difficile, dove possono andare? A fare cosa? Perchè? A fare l’ennesima mostra stinta. Dove niente e nessuno sale. Dove nulla ti porta sopra. Ecco perchè ho deciso di operare con la montagna in quest’ambito. Per portarvi un approccio aggressivo di ricerca intellettuale. Non si tratta di lavorare su un comodo clichè o sugli esotismi alpini. I naturalismi integralisti sono grotteschi, caricaturali. Direi che si tratta invece di un atteggiamento gnoseologico. Inoltre, lavorare sulla montagna, su quest’ambiente e su questi temi, che pochi conoscono bene (l’immagine della montagna è stereotipa, non per colpa sua, ma per la superficialità con cui ci si accontenta di guardarla), non è affatto facile. Non c’è una letteratura importante sulla montagna, come c’è ad esempio sul mare. Pochissimi buoni libri. Per la maggior parte, narrativa celebrativa o nostalgica o retorica e filosofie pleonastiche. Pastorali e canti del bosco e pallide parodie trascendentaliste o favolistica eco-spirituale. Di buono, praticamente, solo alcune relazioni o storie di salite alpinistiche, o manuali tecnici (ne cito uno, Teoria e tecnica dell’arrampicata, di W. Gullich, un testo rigorosamente tecnico, che diviene, grazie ad una sinteticità perfetta, uno scritto quasi letterario; altro che facili panteismi boschivi e povere martore innocenti deplorevolmente inchiodate in copertina…). Trattare la montagna, parlare della montagna, è dunque difficile. Si corrono dei rischi. Questa sfida è interessante. Se vuoi lanciare un progetto sulla montagna, devi mettere in preventivo gli scetticismi di tutti i saputelli che cercheranno di chiudere quest’esperienza tra le cose periferiche. Ma, dovrebbe essere perfino banale a dirsi, la delocalizzazione geografica non ha nulla a che vedere, e non penalizza in alcun modo, la qualità di un progetto. Spesso, le cose migliori stanno fuori, credo io; ciò consente la loro scoperta. Questo ambiente, si scopre, emana energia. Non è questo un karma naturalistico. Non è la montagna contro la città, il paesaggio alternativo: il paesaggio non è interessante, è decorativo. E nemmeno si intende  trincerarsi in una riserva preservata. L’idea è quella di generare un motore, un fulcro, una macchina nuova (4wd).

Qual è la relazione esistente tra le Dolomiti, l’arrampica e l’arte? Che cosa rappresenta l’arrampicata, per te e per Dolomiti Contemporanee? Come dialogano tra loro sforzo fisico e tensione emotiva dell’arrampicata con le idee e le riflessioni nell’arte?

DC Arte in Ambiente, innesto in cava di Fabrizio Prevedello, foto A. Montresor

Rispondere a questa domanda mi consente di chiarire un altro aspetto importante relativo alle mie personali motivazioni.

Io non ho scelto di fare Dolomiti Contemporanee perché mi sento una cosa sola con la montagna, o qualche cosa del genere. Non porto alcun amore panteista nel mio spazio d’azione. La montagna non è la mia casa, né un luogo d’elezione naturale. È un luogo esterno, nel quale porto un’attività che è intellettuale, ed in ciò critica, ed artificiale. Questo non esclude che vi porti anche l’impulso e gli istinti della forza. Non ho sempre praticato la montagna. Ho passato la mia vita a leggere libri, non a salire cime. Per molti anni, ho rifiutato la montagna, come un luogo troppo spinto dal punto di vista fisico, sportivo. Come un luogo di performances estreme, popolato da brutali fisiologie bovine, uno spazio del confondimento, della fuga, dell’evasione, del corpo innanzi tutto. Pernsavo ai salitori come a dei sistemi endocrini dispiegati acriticamente, corpi in movimento, che si pascevano degli ormoni che secernevano. Autocannibalismo. Arrampicare mi pareva una pratica sterile, sperperazione di energie, pensavo (e, in molti casi, lo penso ancora, i bovini ci sono, mica si diventa tutti filosofi, a salire). Poi, all’improvviso, alcuni anni fa, ho iniziato a scalare. Ero prevenuto e scettico. Invece ho avvertito una scossa. Ho capito che quella cosa lì si poteva fare con la mente, io la facevo soprattutto con la mente, era un’opportunità di azione mentale, di riflessione e introspezione. Che la mente si spostava. Che c’era una componente tecnica molto interessante. E che potevo lavorare con elementi puri, che si potevano percorrere, e forse utilizzare, in modo non retorico. Quindi il mio modello sulla montagna è critico. Nessun bagno confortante di natura. Nessuna simpatia naturale. Solo un’idea di azione e confronto diretto, maturata tardi, superando il dubbio, lavorandoci sopra. Ora so perché mi interessa il modello dell’arrampicata. È un modello di lotta.

A questo punto, con un’altra enfatizzazione, direi che chi non sale non può fare arte; ogni tipo di progressione è verticale; salire è avere una motivazione reale, e cercare i mezzi per riuscire, correndo il rischio di non farcela, correndo dei rischi. Io forse curo come scalo; vado dritto e vado su; non mi interessa fermarmi su una cengia a studiare una genziana; non mi interessa molto la componente della soddisfazione fisica. Scalare, per me, è tutt’altro dal dare libero sfogo all’attività pancreatica e surrenale, dal lasciar scorrere la noradrenalina, dal drogarsi con la tensione psicofisica.

Salire è necessario, insisto a dire. Le situazioni piane sono statiche. Niente Flatlandia. Montagna 3d.

Sass Muss è il complesso industriale nei pressi di Belluno (in mezzo alle Dolomiti) che ospita questo tuo progetto, e comprende grandi padiglioni e altri siti al suo interno. Le Dolomiti rappresentano la cornice di questo teatro. Il legame tra Dolomiti Contemporanee e lo spazio è continuo, ricco di rimandi, di ispirazioni: é simbolico. Com’è avvenuta la scelta del luogo? Qual è il principio che lega Sass Muss al progetto di Arte Contemporanea che hai scelto di creare? Sass Muss e Dolomiti Contemporanee….sembrano essere due concetti diversi, ma nascono insieme, è così? Può esistere il progetto di Dolomiti Contemporanee senza il complesso spaziale di Sass Muss?

DC Sass Muss, foto Giacomo De Donà

Nella presentazione di Sass Muss viene descritto un laboratorio culturale e artistico, attivo tra luglio e ottobre, in cui un gruppo di curatori e artisti lavorano insieme. Può essere paragonato al laboratorium museale? Hai mai pensato alla creazione di una collezione?

Effettivamente, Dolomiti Contemporanee e Sass Muss non sono due elementi sovrapponibili e coincidenti. Quando è sorta l’idea del progetto, il sito in cui realizzare il suo “centro operativo” non era stato individuato. Anzi, uno spazio centralizzato non era nemmeno previsto, in origine. Per molti mesi, il progetto è venuto focalizzandosi nei suoi elementi principali, che non comprendevano un luogo stabile in cui realizzare mostre ed eventi. Allora, pensavo molto al laboratorio d’arti visive in ambiente, all’idea di lavorare con le installazioni nell’ambiente naturale, muovendo di volta in volta in luoghi differenti. Poi, un giorno, poco più di un anno fa, scoprii questo sito fantastico, che non avevo mai visto, che tutti avevano dimenticato. E cominciai a lavorare anche su quello. A quel punto, la complessità dell’impresa crebbe ulteriormente.

Io non amo i dispositivi stabili (o statici), quindi ci ho messo un po’ a decidere che era il caso di provare ad avviare un centro, cercando di garantirgli un’attesa di vita. Sass Muss è un sito grande, impegnativo, dalle enormi potenzialità. Dopo averlo avviato in tempi record, cercheremo ora di tenerlo. Abbiamo cominciato a manovrare in tal senso. Ad ogni modo, DC non coincide con Sass Muss. E Sass Muss non sarà mai un museo. Si è parlato, in questi mesi, a proposito di queso sito, di Kunstverein, di “distretto dell’arte” (a Sass Muss si avviano, generalmente, dei blocchi espositivi, con 3 o 4 mostre in contemporanea. C’è poi una Residenza, un laboratorio, e gli spazi conviviali. Ecco perché “distretto”). Credo che l’esperienza del Kunstverein sia per certi aspetti paragonabile alla nostra, dato che il primo gruppo di lavoro di DC è stato costituito quasi tutto da giovani volontari, ognuno dei quali si è occupato di una parte del progetto, contribuendo a costruire una struttura immediatamente efficace. L’idea di Sass Muss come campus, cittadella, fabbrica dell’arte, con le opere prodotte grazie alla cooperazione di oltre 80 aziende o fabbriche locali e un continuo passaggio di artisti nella Residenza – tutto questo fa pensare ad una struttura ben diversa da un museo. DC è un dispositivo mobile, e sperimentale (a queste latitudini peraltro praticamente inedito), nato e cresciuto in pochi mesi, che si manifesta solo in parte nell’attività espositiva, e che produce, prima ancora delle mostre, relazionalità. È anche, certamente, un laboratorio. Le opere, spesso, sono prodotte con i materiali (legno, metalli, carta, pietra, plastica) messi a disposizione dalle industrie sponsor. Capita addirittura che alcune parti vengono fabbricate all’interno delle stesse fabbriche, che quindi intervengono attivamente nella realizzazione dell’oggetto artistico, consentendoci di parlare di integrazione creativa delle risorse e di sistema produttivo culturale. Altre volte, i lavori sono realizzati o assemblati nel grande laboratorio che abbiamo messo a disposizione degli artisti, in uno dei padiglioni del campus.

Sass Muss costituisce il cuore operativo di DC, senza con ciò diventare fortilizio o rifugio. Piuttosto, direi, una rampa di lancio, puntata verso l’esterno, dove guardiamo costantemente.

Per quanto riguarda l’idea di una collezione, al momento è un po’ presto. Ho delle idee in merito, credo potremo cominciare a parlarne tra qualche mese, se riusciremo effettivamente a rilanciare il progetto, implementandolo.

La posizione “isolata” di Sass Muss.

Quali le difficoltà che hai dovuto affrontare? La posizione isolata non rappresenta un limite nella partecipazione?

Io non credo esista un luogo realmente isolato. Intendo dire che non vedo nell’isolamento geografico alcun limite intrinseco. Casomai, ci vedo una possibilità, un’occasione. Naturalmente, operare in un contesto periferico è differente dal farlo in un centro, dove reti e network, teoricamente, sono già predisposti, fan no parte della filologia, dell’impianto del luogo. Qui l’impianto è da fare. Quindi c’è più lavoro, ma anche più libertà di movimento. O forse nemmeno. Sass Muss è semplicemente un altro luogo. E DC è un altro progetto. E sono i progetti a fare i luoghi, non viceversa. A meno di non poter disporre del Moma, o del Louvre. Quindi, i problemi pratici e logistici e di penetrazione sociale e culturale inevitabili in aree periferiche, sono la miccia che può accendere un progetto. Se il progetto non va, non è colpa dell’insufficienza del luogo, ma di una incapacità di progettazione e di motivazione.

 

Che tipo di ricerca peculiare ti interessa in un artista o in un curatore che decidi di coinvolgere nel tuo progetto? Sei da solo nella scelta?

Diciamo che apprezzo molto due cose innanzitutto: intelligenza e apertura. Un artista deve sorprendersi. Deve avere un’urgenza. E il suo sguardo dev’essere nuovo. Un artista è un detector, in quanto la sua sensibilità accentuata gli consente di cogliere quei rilievi di superficie che altri non notano. E’ un detector ma non uno scanner. L’immagine che restituisce è il nuovo (il nuovo può benissimo essere una rivisitazione del vecchio). Quindi dev’essere in grado di vedere con sguardo nuovo e di tradurre questo sguardo in opera. Se traduce in modo nuovo, non è retorico, l’immagine che ne esce è anticonvenzionale, la prospettiva che offre sul soggetto è inedita, e questo genera eccitazione, come ogni nuovo parto intellettuale. Quindi, in definitiva, un artista deve semplicemente essere un vero artista. Un curatore dev’essere in linea col progetto, e quindi magari un tantino eversivo, così si evitano gli sbadigli. Tutto qui.

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La Residenza.

Necessaria e inscindibile per il rapporto intimo che si deve creare tra artista/curatore e ambiente? L’opera d’arte nasce sempre da un contatto con le Dolomiti, con Sass Muss? Si tratta sempre di opere Site-Specific? Tu parli di opera d’arte come progetto. Puoi spiegarti meglio?

Il rapporto si crea, deve crearsi, tra artista e ambiente. Non è obbligatorio, non lo pretendo io, accade. Il luogo è forte, bisognerebbe esser ciechi, credo, o astenici, per rimanere indifferenti. Ad ogni modo, nessun artista è obbligato a lavorare sulla natura, o a farlo positivamente. Per me, quest’ambiente è uno stimolo, può toglier di dosso la polvere, può essere motivante, ma anche limitante, come ogni altro spunto. Molti artisti, giunti a Sass Muss, non si sono sentiti subito a proprio agio. Questo sito è potente, quasi opprimente. Opprimente in sè, per le sue proporzioni, e per il rapporto di frizione che crea con l’ambiente circostante. Appena fuori, a pochi metri la dì, cominciano a elevarsi, incombenti, le Dolomiti. Sono le Dolomiti Bellunesi, diverse da quelle più settentrionali, più aperte. Qui le valli son strette e selvagge. Pareti e guglie dappertutto. Poco respiro prativo. Poca prospettiva sull’orizzonte. Una potenza quasi implosiva. Tutto ciò può attrarre, o respingere, a seconda della scalinatura neurale, della capacità di fronteggiare un muro, della spirito di valicamento.

Per i curatori è diverso. Il curatore non deve relazionarsi necessariamente, in modo emotivo, al contesto. Può aderirvi nel concept della propria mostra, in misura maggiore o minore. Anche qui, non vi è un vincolo a priori. Se un artista o un curatore volessero, col proprio lavoro, negare la natura, io sarei interessato a vedere come cercherebbero di farlo. Non siamo fissati con la natura. Non vogliamo un museo in quota, né un alpeggio artistico. Vogliamo un dispositivo intelligente, e quindi artificiale, che sia mobile, che inneschi e vada. Potrei dirti, a costo di sembrare un po’ marinettiano: non vogliamo un albero, vogliamo un cannone.

In questa prima fase, non tutte le opere sono state realizzate specificatamente per Sass MUss. Alcune c’erano già, e rispondevano ai temi proposti nelle esposizioni. In generale però, tenderemo sempre più a produrre opere site-specific, dato che il laboratorio, l’analisi in presa diretta di spazi e temi, e la loro elaborazione critica, è quanto più ci interessa. Il laboratorio ha da essere vivo.

Per quanto riguarda il concetto di progetto: credo che gli elementi naturali siano insufficienti, che non sia corretto affidarsi integralmente a loro, qualora si intenda realizzare qualche cosa di nuovo. Natura, ambiente, istinto, non bastano. Devono esserci, e poi ci dev’essere un’attività, anch’essa creativa, di comprensione delle risorse, e di strategia nel loro utilizzo, strategia finalizzata alla realizzazione di un costrutto nuovo. Intendo un costrutto culturale, o un’architettura di senso. Che si genera solo attraverso il dosaggio avveduto di istinti e razionalità, aggressività e intuizioni. Quindi, il progetto è il foglio bianco, su cui si disegna, o si traccia un itinerario; si può farlo solo se si sanno organizzare contenuti e mezzi in modo finalizzato. Se questo metodo sa essere al tempo stesso efficiente e poetico, il progetto produce un oggetto nuovo, sorprendente, eversivo. Ovvero, normale.

Rapporto tra curatore e artista.

Nel mezzo c’è Sass Muss, le Dolomiti.

Credo il rapporto curatore/artista sia una faccenda alquanto personale. A me interessa la forza di un lavoro, e la volontà espressiva di un artista. La volontà espressiva è la forza. Tendenzialmente, mi commisuro a forze, più che a prodotti. Quindi il mio rapporto è diretto, diciamo di simpatia. Non un rapporto professionale distaccato quindi. Se non c’è un elemento d’interesse comune, non ha senso lavorare con un artista. Questo vale per le mostre che curo io. Con gli artisti che non conosco, che arrivano a Sass Muss portati da altri curatori, c’è invece un’opportunità di conoscenza. Con molti di loro, si è creato un rapporto. Con altri, niente simpatia. Non c’è democrazia nei rapporti intellettuali e umani. I buoni rapporti si sviluppano quindi a partire da un’affinità di base. Sicuramente, in molti casi, quest’affinità è emersa grazie allo stimolo fornito dal contesto. La Dolomiti, e Sass Muss, non sono una contingenza spaziale, né un luogo qualunque. Se un artista viene colpito da questo luogo, c’è già qualche cosa di cui parlare: credo che le impressioni siano una base; accendono. Artista e curatore possono lavorare insieme, nella fase analitica, in cui si focalizzano i temi, si inquadrano e studiano gli elementi, si pongono le prime problematiche. Questo lavoro di scambio, di confronto intellettuale, non è a mio giudizio una fase meramente istruttoria, puramente informativa, che precede il lavoro creativo dell’artista. Quando lo scambio è effettivo, il rapporto curatore/artista può già produrre degli elementi orientanti, che entrano nell’idea e poi anche nella struttura dell’opera. Questo è molto interessante, per me. Non si tratta di ingerire in un processo, ma di innescare un dialogo motivante su temi centrali per entrambi. Non esistono processi chiusi, impermeabili. Si tratta di non essere due monadi, due soggetti professionali distaccati che si supportano rimanendo estranei.mInoltre, mi interessa più il processo generativo che non l’opera finita. Anche qui, è un po’ come in montagna. Il fulcro sta nel processo del salire, non nel momento dell’arrivo in vetta, che è, in sé, vuoto. Il lavoro non è tutto in sé, contenuto nell’oggetto finale. È anche altro. Tra cui, talvolta, questa comunicazione tra l’artista e il curatore.

La prima:

Mostra-Esposizione-Progetto.

Le tue sensazioni.

DC Spazi esterni a Sass Muss: cementi immersi nella natura, HH in concert, foto A. Montresor

Le mie sensazioni sono buone. Nella prima fase, ci siamo mossi bene. Abbiamo impostato il progetto in modo corretto. C’è un grande potenziale, e la volontà di specializzarlo. Stiamo lavorando per crescere. C’è un’architettura, che deve essere solida, che è la base di tutto, senza la quale non saremmo in grado di produrre alcuna attività. Molta parte del progetto consiste quindi nell’aver cura di tale struttura, nel riuscire a fare lo scheletro. Poi viene l’attività espositiva. Anche di questa, sono soddisfatto. Abbiamo esordito riuscendo a tenere già un buon livello. Merito di tutti coloro che hanno partecipato attivamente al lancio di quest’esperienza. Le mostre sin qui realizzate sono state buone. Anche se, dal punto di vista dell’impianto generale, tendo a non leggerle come eventi singoli, ma come elementi costitutivi, componenti fondamentali, di un progetto più ampio, che opera a far convergere le parti, per creare situazioni di confronto. La contemporaneità è più istruttiva e fertile della sequenza, direi. Ecco perchè abbiamo creato una stazione in cui si inaugurano contemporaneamente cicli di mostre, piuttosto che successioni di mostre singole. E, all’interno del ciclo, ogni mostra lavora con e rispetto alle altre. E gli spazi interni lavorano con gli spazi esterni. Ancora una volta, insomma, la rete.

 

All’interno di Dolomiti Contemporanee, una parte del progetto si basa sulla didattica (fuoriluoghi: itinerari didattici per bambini e adulti, proposte per scuole) per avvicinare le persone al territorio attraverso l’arte. Quali metodologie educative/collaborative adottate? Quanto è importante questa attenzione alla didattica quando parliamo di progetti espositivi? Si tratta di un’azione educativa, comunicativa, creativa che dovrebbe costituire le fondamenta di un istituzione museale. Perché in molti casi mancano attività didattiche come la vostra?

 Il Margine è un’Associazione culturale, che è sorta all’interno di Dolomiti Contemporanee, che ora si occupa della didattica di questo come di altri progetti, lavorando a Sass Muss ed altrove. Il gruppo è composto da alcuni giovani, che hanno iniziato a sperimentare, e stanno mettendo a punto, una metodologia interessante, e piuttosto originale, credo. Ci sono le attività consuete legate a bambini e ragazzi, alle scuole, ai centri estivi. I gruppi di bimbi e studenti lavorano all’interno delle mostre, utilizzando opere e allestimenti come spunto diretto. Inoltre, alcuni artisti collaborano attivamente ai laboratori, che talvolta divengono scene performative interattive, rivolte anche o espressamente agli adulti. Credo che una struttura come quella che abbiamo realizzato a Sass Muss, non possa non fornire questo tipo di servizio, che, come dicevo, è formativo, ma anche relazionale. E’ una delle buone pratiche dell’accoglienza, e Sass Muss vuole essere un luogo aperto, capace di accoglienza, vivo e propositivo nell’uso quotidiano degli spazi.

Pubblico. Spettatori. Partecipanti. Attivatori: Il pubblico dell’arte contemporanea? Che funzione ha il pubblico all’interno di Dolomiti Contemporanee? Che tipo di dialogo/rapporto si è creato tra Dolomiti Contemporanee e i cittadini di Belluno? Che tipo di pubblico si relaziona con voi? Nei tuoi obiettivi c’è anche quello di “costruire” un pubblico ad Hoc?

DC Padiglione Schiara, Shana Moulton, Un mondo Nuovo a cura di A. Bruciati, foto A. Montresor

Il pubblico di DC è piuttosto variegato. A Sass Muss, nei primi mesi, sono venuti molti artisti, curatori, galleristi, collezionisti, giornalisti, insomma, il pubblico specializzato. E poi, è venuta la gente, dalla Provincia, dalla Regione, da molte altre parti d’Italia. Io direi che il pubblico non deve avere una funzione. Mi auguro che continuino a venire persone di ogni tipo, ognuna portando uno sguardo diverso. La diversità di sguardo è nutriente. Piuttosto, siamo noi ad avere una funzione. Proponendo lo stimolo, il cantiere artistico, generiamo un’occasione culturale, che il pubblico condivide, aiutando il progetto a crescere. Con ciò, non credo che noi siamo lì per dispensare educazione o visioni o cibo per la mente o pensieri prefiniti a dei fruitori passivi. Mi interessa la componente di interazione, quel che viene portato dallo spettatore. Credo che lo spettatore abbia dei diritti, rispetto alla propria curiosità, ed anche dei doveri. Intendo dire che non si dovrebbe aspettarsi mai, entrando in una mostra, delle spiegazioni, quanto piuttosto degli interrogativi. Se uno è curioso, cerca uno stimolo, e porta il proprio (collabora). Nelle mostre che curo io, non c’è mai un gran dispiegamento di apparati informativi, corollari, didascalie. Non perché ci piaccia fare i criptici. Credo una mostra sia appunto un luogo di scambio, più di una sala con poltrona, di un cinema o di un teatro. Non vi si deve entrare per subire uno spettacolo, ma per concorrervi, parteciparvi, guardare, cercare, esplorare, domandare. Quindi, il pubblico forse non ha una precisa funzione, ha un diritto, ha dei doveri. Non deve pretendere una spiegazione. Deve dare una curiosità. Ed averne in cambio, ci si augura, delle altre.

Che tipo di strumenti utilizzi per comunicare e promuovere dolomiti contemporanee? Le esposizioni temporanee hanno un carattere provvisorio…quanto resta a Sass Muss e quanto diviene materiale d’archivio.

Tutti gli strumenti disponibili sul pianeta terra, oltre a quelli che ci inventiamo da noi. Unico limite, il budget disponibile. Avere una buona immagine è fondamentale. Saperla collocare, anche. La comunicazione è una delle fasi che curiamo con particolare attenzione.

Dolomiti Contemporanee oggi.

DC Arte in Ambiente, Ericailcane sul silos di Vignole (Sass Muss), foto A. Montresor

Risponderei con: Dolomiti Contemporanee domani. Ecco come viviamo l’oggi. Non siamo soddisfatti per quanto fatto finora. Siamo proiettati in avanti. Tutto è avanti.

Quali le tue aspettative per il futuro? Un nuovo sviluppo per dolomiti contemporanee.

Il progetto è complesso, saranno necessarie diverse fasi per trasformarlo in quello che ho in mente, per adeguare la sua struttura alle esigenze che si prospettano. Siamo in un momento importante di trasformazione di questo edificio culturale-artistico in qualcosa di più solido, che possa durare. Stiamo irrobustendo lo scheletro, così da poter distribuire meglio, e aumentare, i carichi.

Mi parli del prossimo ciclo di progetti/opere/mostre?

In questa fase non lavoro alle mostre, ma, come dicevo, a stabilizzare l’architettura del sistema. Ricominceremo a lavorare con curatori e artisti tra qualche mese. Questo vale per Sass Muss. Fuori dal nostro campus, invece, l’attività continua. Sospendere la programmazione a Sass Muss, dopo i primi mesi di attività serrata e continua (otto mostre, molti altri eventi), era necessario, per fare ordine, e per iniziare a programmare il futuro nella prospettiva di un’azione duratura. Ma la fase di rafforzamento attuale del progetto, prevede di continuare a lavorare sulla crescita della rete, innescando nuovi contatti e lanciando nuovi progetti di collaborazione con altre realtà. In questi mesi, ci muoveremo quindi in diverse città, in Italia ed all’estero, dove porteremo dei nuovi progetti, dimostrando quanto ti dicevo prima, ovvero che DC non coincide con Sass Muss. Questo aspetto, il nomadismo del progetto, la sua volontà di intessere rapporti e collaborazioni al di fuori del territorio originario, è centrale, perché dimostra come l’aver scelto Sass Muss quale epicentro del progetto sia stata una scelta consapevole, non condizionante, e, in definitiva, deliberatamente culturale. Avere la base di DC a Sass Muss non implica che non si possa muoversi verso Palermo, Napoli, Trento, Bolzano, Innsbruck, collaborando con altre Istituzioni artistiche, Musei e curatori, e realizzando produzioni in luoghi diversi, anche lontanissimi, da quello di partenza. Credo che un progetto che coincide perfettamente con il luogo che lo genera, possa, talvolta, rischiare di diventare pericolosamente chiuso ed autoreferenziale. Mentre creare un progetto forte, ben strutturato, con un centro ben attivo, è la base per avviare una politica di scambi e partnership senza la quale la proposta artistica rinuncia ad arricchirsi nel contatto, nell’incontro e nello scontro, con interlocutori diversi. Non ci interessa coltivare amorevolmente il nostro spazio, rendendolo confortevole. A Sass Muss, c’è tutto, credo io, tutto quel che serve. Per ora non si lavora sul confort, molte soluzioni sono spartane. C’è il necessario, e c’è una buona spinta, in avanti, in su, e verso l’esterno, che è quanto occorre adesso. Occorrono due energie, ora. Una interna, per edificare, ed una centrifuga, per portare fuori. In questo modo, si dimostra che si ha voglia di progettare una struttura aperta e mobile, non di farsi la casetta (o il castello, o il Museo).

C’è un progetto, un percorso che vorresti sviluppare e che ancora non hai ancora realizzato?

Io voglio un posto, o meglio, un dispositivo, che consenta di realizzare tutti i buoni progetti che si pensano, e che si decide di affrontare insieme a chi condivide la nostra linea d’azione. Stiamo sviluppando questo dispositivo. Questa, ora, è la priorità.

Cosa pensi del “sistema dell’arte”. Delle gallerie, dei musei, delle fiere. Qual è la tua posizione.

Ti dirò, sono abbastanza annoiato dal sentir ripetere la litania-standard che si usa recitare in risposta a questa domanda. La risposta ready-made si concentra di solito sul sistema dell’arte in Italia, sottolineando la sua inconsistenza e depressione ed l’inconcepibile ritardo rispetto ad altri sistemi maturi e produttivi ecc. ecc.. Volendo rispondere sul serio, bisognerebbe addentrarsi in una serie di considerazioni di antropologia e geografia culturale, sociologia, psicologia mediterranea, storia dei popoli, e via dicendo, cosa che non faremo qui ora. Anche perché non credo sia utile. Il sistema c’è. Ha le sue caratteristiche, difetti, virtù (forse poche, in effetti). È, nel bene e nel male, un sistema. Credo si possano fare due cose, rispetto a questo sistema. Collaborarci quotidianamente (entrarci), oppure andare avanti con il proprio progetto, qualora se ne abbia uno, senza troppo curarsi del sistema, e incrociando quindi le proprie traiettorie solo con altri soggetti specifici, che sono interessati a creare qualcosa di nuovo. Per me, il sistema non è necessario. Entrare nel sistema non è una mia priorità. E nemmeno mi danno l’anima per rimanerne fuori, non faccio antagonismo di sistema. Ho un progetto. Che è aperto. Lavoro su quello, insieme a chi capisce e condivide. Questo è il mio sistema.

Arte Contemporanea.

Una breve definizione.

E’ un magico campo plastico, che può essere affrontato solamente attraverso la sorpresa e l’urgenza (altrimenti il campo si estingue). Applicandovi sensibilità e intelligenza, è possibile ricavarne oggetti di senso, o riflessione, o schegge in fusione. È, in definitiva, ricerca ed espressione e forma mobile che si oppone alla forma fossile. È un luogo in cui s’incontrano la ragione e l’istinto, per generare un oggetto, finalmente, imprevisto. È il rifiuto della stasi, e della filologia come rifugio culturale di chi non sa essere critico nel presente. È filosofia, incarnata nella poesia.

Consiglio per un centro di arte contemporanea a Como.

Beh, direi che ho sermoneggiato abbastanza. Il consiglio perlomeno ve lo risparmio. Però, potrei accettarne qualcuno.

 

Intervista a cura di Valentina Porro

 

http://www.dolomiticontemporanee.net/

2 thoughts on “Interviste

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