DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 9: NICO VASCELLARI

Ti sei formato all’interno della scena musicale punk, lontano dai percorsi tradizionali del mondo dell’arte. Cosa ti ha spinto a diventare un artista e a fare della sperimentazione musicale e performativa il centro della tua pratica?

Mi sono avvicinato alla scena underground in reazione al panorama sul quale, volente o nolente mi affacciavo. Avevo 14-15 anni. L’idea di DIY mi ha cambiato totalmente, radicalmente, velocemente. Ho cominciato a organizzare concerti, a suonare, produrre e divulgare fanzine e dischi, girare l’Europa in tour rocamboleschi…
L’ho fatto per anni con entusiasmo e convinzione. Lo faccio ancora con rinnovata energia. Nel frattempo però non mi è sembrato più sufficiente. Forse anche in relazione al pubblico. Non ricerco necessariamente un consenso. Piuttosto mi ha sempre affascinato il concetto di spaesamento. Di fuori luogo.
Non saprei dirti quale sia il centro della mia ricerca al di là di me stesso.

Perché nel momento in cui hai sentito questo bisogno hai scelto l’arte come campo di azione?

In tour, durante il giorno prima dei concerti, spesso visitavo i Musei. Ho ritrovato da poco dei quaderni nei quali prendevo appunti. Scrivevo i nomi degli artisti che mi colpivano… Basquiat, Matta Clark, Nauman, Hirschhorn, Nitsch, Brus, Schwarzkogler, Abramovic… Per qualche strana fatalità o intuizione (non necessariamente corretta) mi sentivo molto vicino. In quei giorni mi sembrava la cosa più naturale possibile.
Inoltre ero davvero stremato dalla bigotteria e il moralismo che animava la scena musicale di allora. Definiamolo ‘punk’ per pura comodità… Mi ci ero avvicinato per una forma di rigetto totale. Mi era parso di essere circondato da persone che si opponevano in maniera radicale a chiusure di ogni sorta. In realtà ogni scena, e questo vale moltissimo anche per l’arte, stabilisce regole comportamentali ed espressive. Il catechismo mi è sempre sembrato ridicolo ancor prima che noioso. Il buono e cattivo. Ho sempre preferito il brutto.

L’improvvisazione, l’incapacità di controllare l’esito finale, la presenza di un luogo dove esibirsi e la necessità di relazionarsi con un pubblico sono aspetti presi in prestito al mondo della musica e dei concerti. Cosa significa per la tua pratica fare irrompere all’interno di musei e altre istituzioni più tradizionali questi elementi tratti dalla scena underground? Cosa t’interessa in particolare della possibile commistione di questi due mondi?

Il disagio come dicevo prima. Ho sempre trovato stimolante quanto difficile l’idea di essere fuori luogo.

Come dicevi prima, anche l’arte stabilisce norme comportamentali ed espressive. In che modo i tuoi interventi mettono in discussione queste regole e i limiti stessi di musei e gallerie che li ospitano? E’ possibile considerare questo tuo approccio immediato e a volte violento una reazione alla mancanza di fisicità e di confronto diretto all’interno di questi spazi?

Certamente molti miei interventi nascono come una reazione ma rispondo semplicemente a una mia esigenza personale.
Il mio modo di mettere in discussione le regole sta nel cercare di non conoscerle ancor prima di riconoscerle o negarle.

Essere in un certo senso estraneo a queste logiche al fine di testarne i limiti?

No. I conti vanno sempre fatti con se stessi.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 9: FONDAZIONE SOUTHERITAGE, MATERA

La Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea è istituita nel 2003 a Matera come espressione di una filosofia imprenditoriale che considera la valorizzazione della creatività contemporanea e del presente avanzato come requisito necessario per il pieno assolvimento della funzione sociale dell’impresa, al proprio interno e verso il contesto di riferimento.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Il fatto di essere a Matera ci ha dato un punto di vista diverso che ci ha portato alla produzione di progetti diversi. Per noi il territorio è un fattore primario nell’implementazione dei vari progetti culturali proposti e rappresenta lo spazio mentale e fisico ideale per portare avanti le proposte in un contesto in cui il lavoro e la vita  è vissuta qualitativamente in modo diverso.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

La Fondazione SoutHeritage nasce in Basilicata, una regione eccentrica nel senso di “fuori da ogni centro”, piena di contraddizioni, non spiegabile e non comprensibile con il ricorso a modalità consolidate, bensì attraverso la soggettività dello sguardo e dell’esperienza personale. La fondazione essendo una fondazione d’impresa è stata istituita come espressione di una filosofia imprenditoriale in un Sud Italia che negli ultimi anni è certamente cambiato ma che in fondo è rimasto un territorio “estremo”, che permette, proprio per questa sua condizione, un margine di sperimentazione progettuale che in territori meno “liminari” non è possibile. Inoltre il Mezzogiono per la Fondazione SoutHeritage rappresenta una perfetta “realtà ibrida”, frutto di una progettualità debole che appare sempre più simile al mondo che ci si prospetta nei prossimi anni.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

La specificità della storia della città di Matera e della posizione geografica del territorio lucano ha offerto un terreno più che fertile per una piattaforma di discussioni e idee fra regionalismo e internazionalismo. Le criticità di un contesto come questo sono le stesse di ogni angolo d’Italia e cioè quelle di un Paese con un sistema istituzionale e formativo poco organizzato e preparato alle esigenze e agli sviluppi del contemporaneo

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Il ruolo pionieristico della Fondazione SoutHeritage ha in poco tempo catalizzato gli interessi di una vasta community sparsa in un bacino territoriale che va dalla Puglia alla Campania, dalla Calabria alla Basilicata. Una community che ha voglia di cultura e contemporaneità e che vuole relazionarsi con il resto d’Italia e dell’Europa. Si auspica dunque che il nostro lavoro che oggi rappresenta un esempio e un punto di riferimento sovraregionale continui ad esserlo, in un sistema che rimane ancora tutto da costruire, da inventare e che ha bisogno di nuove energie e professionalità.

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DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 8: ANDREA SALA

Architettura e design sono due sfere a cui attingi spesso nella realizzazione delle tue opere. Puoi parlarmi del tuo rapporto con queste discipline?

L’essere brianzolo è una realtà che mi ha portato a lavorare con l’architettura ma principalmente con il design. Soprattutto all’inizio della mia ricerca, proprio perché c’è un rapporto tra la mia identità e il luogo dove sono cresciuto. Sono nato in un territorio dove per anni, e tuttora, si continua a produrre mobili. La mia stessa famiglia faceva parte di questo mondo, e quindi è stato molto facile, e direi inevitabile, avviare il mio rapporto con il design. Penso sia importante utilizzare e sfruttare al massimo le competenze e le influenze che hai acquisito nel tempo; questa è una cosa che vedo in tantissimi artisti: penso un personaggio come Joseph Beuys, e alle sue radici nella biologia.
C’è poi un vero e proprio amore per certi oggetti: mi innamoro degli oggetti e delle forme che poi riutilizzo o che mi aiutano ad andare verso un’altra direzione. Infine ho sposato un architetto, che non ha mai però realmente lavorato come architetto quanto piuttosto come ricercatrice e curatrice di mostre sull’architettura. Posso quindi dire che l’architettura e il design fanno parte della mia vita e che la scelta di includere queste due discipline all’interno della mia ricerca è stata sempre molto naturale. Negli ultimi lavori che sto facendo, si sta sfaldando sempre di più questo rapporto diretto con il singolo oggetto di design. Ne rimane un lavoro più concettuale sulla forma. Mentre nei miei primi lavori esisteva proprio un oggetto referente, una forma a cui succedeva qualcosa, adesso c’è un mischiare più elementi contemporaneamente per ottenere un altro risultato.
Il concetto fondamentale di “display” è sempre stato parte del mio lavoro, anche se prima non ne ero completamente consapevole. Quando ho fatto ad esempio nel 2003, in occasione dell’apertura della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, un lavoro sulla Villa Savoye di Le Corbusier, trasformandola in una libreria, la mia idea non era per forza allora mirata al concetto di display. Oggi guardando questo lavoro mi rendo conto di quanto invece fosse proprio sul display: mi fa molto piacere capire a posteriori certi aspetti in mie opere precedenti.

Nel tuo lavoro ti confronti spesso con altri artisti o personaggi che in qualche modo hanno ispirato o influenzato la tua ricerca. Da cosa nasce e come si è evoluta nel tempo questa necessità di confronto e di dialogo?

Intanto mi piace tornare sul termine che ho usato prima, ossia su questo mio innamoramento per l’oggetto. Ad esempio parlando di Luciano Fabro, c’è per me veramente una forte emozione nell’incontro con una sua opera, solo dopo arriva la fase di studio e di analisi di alcuni dettagli. Luciano Fabro mi fa impazzire perché, al di là del suo contributo e appartenenza alla straordinaria ricerca Arte Povera, le sue opere hanno dei dettagli di realizzazione molto interessanti. Una cosa che mi appassiona molto è proprio la pratica di questi personaggi, non si tratta solo di osservare un lavoro, ma di capirne la metodologia che ne sta dietro. “Prendere in prestito” ad un altro autore le sue capacità, per cercare poi di trasportarle verso un’altra direzione. Questa è una cosa che mi ha sempre divertito molto fare con il lavoro di vari personaggi che ho utilizzato o che adesso rielaboro, mischiandoli fra loro.

Come un partire da una certa metodologia, metterti nei panni di questi personaggi e poi vedere dove ti porta questa cosa.

Esatto. Mi piace proprio un po’ indossare queste maschere. Indossare per esempio la maschera di Luciano Fabro o di Achille Castiglioni e poi iniziare a vedere attraverso quella maschera. Un libro bellissimo da cui mi piacerebbe ad esempio partire per analizzare questo concetto di maschera, è un libro di Hans Arp. Nel libro si trova una pagina rigida, che è un suo quadro e dove le parti bianche sono dei buchi: è come se io potessi guardare attraverso questi buchi, come se indossassi questa cosa e vedessi attraverso questi buchi che però sono le forme di Arp. Mi piace divertirmi nel vedere o nell’utilizzare il lavoro di un artista, mi piace che ci sia sempre un aspetto ludico, anche se poi il risultato finale e formale è molto spesso di un forte controllo.
Di nuovo la mia origine mi porta ad una ricerca “ossessiva” del dettaglio, dell’estrema soluzione formale di pulizia. Anche se poi devo dire che l’essere stato per sette anni in un territorio come il Canada dove non potevo più lavorare con l’artigiano brianzolo che sperimentava con me nel fare tutto, ha cambiato tantissimo il mio lavoro. E’ lì che ho iniziato anche a lavorare molto di più io stesso su un pezzo. Molti degli ultimi lavori nascono proprio da una mia realizzazione diretta, cosa che fino a poco fa era una pratica che non utilizzavo. C’era una fase progettuale, nasceva un progetto, era realizzato e poi veniva messo in un luogo, una mostra. Avevo importato dal mondo del design il processo di realizzazione. Ora invece c’è la parte di studio e progettazione come sempre ma anche una parte importante di realizzazione diretta di mia mano. Continuo a mischiare le due cose però sto cercando di ridurre questo filtro, che poi è una cosa fantastica perché l’artigiano e la sua competenza mi hanno sempre aiutato a superare dei limiti, a esasperare certe cose e a sperimentare con lui facendo nascere una serie di forme che cercavo.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 8: NOSADELLA.DUE, BOLOGNA

Nosadella.due nasce dalla volontà di lavorare a stretto contatto con artisti e curatori di altri paesi all’interno di una dimensione intima e domestica, autonoma e sperimentale, capace di favorire un confronto autentico, utile al rinnovamento del pensiero contemporaneo, alla sua trasmissione sul territorio e alla produzione, in esso, di tracce significative della cultura attuale. Si basa su un’esperienza collettiva e si presenta sostanzialmente come una casa, una situazione domestica in cui si mettono in moto dinamiche di condivisione ogni volta differenti. L’intento è creare un vero laboratorio di cultura contemporanea in cu fari confluire e sviluppare le ricerche più attuali in ambito visivo, artistico e critico, mettendo in relazione gli ospiti con addetti ai lavori così come con un pubblico generico di cittadini.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

 I circuiti culturali non sono fissi, ma sempre in fase di trasformazione. Un centro minore può diventare improvvisamente nodo di attenzione grazie alla politica degli eventi, a strategie promozionali, a tentativi di centrificazione. Il sistema oggi non è più centralizzato ma funziona sempre di più come una costellazione in cui le singole realtà territoriali e culturali entrano in relazione per sviluppare progetti condivisi facendo emergere le loro potenzialità. Negli ultimi anni i cosiddetti “centri minori” offrono possibilità uniche grazie a processi di valorizzazione delle loro specificità.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

La costellazione di cui parlavo prima si compone proprio di “stelle” più o meno luminose, più o meno anziane, che, unendosi, vanno a formare un disegno che necessita di ognuna di loro. Questo avviene al di sopra di ogni geografia, laddove si trovano terreni fertili per collaborazioni e intenti comuni nella progettazione.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

La risorsa prima di Nosadella.due è il suo spazio, inteso in senso fisico ma anche mentale e dunque le persone che lo curano e lo nutrono, da chi ci lavora a chi è temporaneamente ospite. Insieme, questi due aspetti conferiscono unicità a un progetto che difende un approccio indipendente come valore primario, pur cercando sempre un dialogo con le politiche, cittadine, nazionali, e internazionali, attraverso processi di negoziazione che partono dalla sperimentazione di nuovi linguaggi e formati che rendano possibile tale dialogo. Le criticità sono quelle che emergono in ogni contesto italiano (ma non solo) rispetto all’arte contemporanea, ovvero la mancanza di “educazione” non solo del pubblico ma anche e prima di tutto della Pubblica Amministrazione.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Il nostro ruolo è quello di produttori: di progetti artistici da un lato, con tutto quello che prevede la produzione di opere d’arte pubblica a livello di coinvolgimento economico e di responsabilità di aziende, privati ed enti pubblici; e di significati dall’altro, all’intero di processi già in corso sul territorio e attraverso la visione autonoma, apolitica, e soprattutto metaforica dell’arte, ovvero lo sguardo critico e visionario dell’artista. I progetti d’arte pubblica che realizziamo possono essere “ritratti” della città o interventi diretti su di essa, e prevedono sempre la collaborazione di istituzioni e realtà indipendenti del territorio così come di partner internazionali in grado di offrire uno sguardo critico e un livello di discorso sulla “sfera pubblica” più ampio. Lavoriamo come costanti osservatori e mediatori  per far emergere le conflittualità latenti e per generare relazioni.

Qual è il pubblico a cui  vi riferite e con cui vi volete confrontare?

I progetti di arte pubblica sono tipicamente rivolti a una pluralità di pubblici differenti ed è molto raro che gli artisti che operano sul contesto pubblico decidano di escludere alcune categorie sociali a priori. Allo stesso modo, Nosadella.due adotta una metodologia inclusiva e partecipativa, con la finalità di condividere i processi creativi e i messaggi delle opere con la cittadinanza nella sua interezza. Lavorando sul locale a livelli di eccellenza, i progetti realizzati diventano poi casi di studio, esperienze, narrazioni che viaggiano nel mondo.

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DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 7: LUIGI PRESICCE

Come nasce Brown Project Space?

Nasce dal coraggio di rompere un equilibrio che da tanto tempo aveva impigrito ogni possibilità di risposta. Milano era un feudo, ancora oggi non mi spiego perché siamo stati noi i primi a pensare di aprire una strada laterale.

Qual è stata la necessità che vi ha spinto a creare uno spazio a Milano?

Si trattava appunto di una necessità, dare a quella città un’occasione di cambiamento che forse con il tempo è diventata anche una moda.

Da agosto 2010 sei diventato l’unico curatore del progetto. Come è cambiata la programmazione di Brown e la sua mission dall’apertura ad oggi?

Non credo sia cambiato niente rispetto a prima, tranne la modalità di scelta dei progetti che prima erano condivisi e ora non lo sono più, ci vuole ancora più determinazione e consapevolezza, una maggiore responsabilità, che in un certo senso è ancora più semplice.

Qual è il rapporto con le diverse realtà della scena artistica locale?

Non siamo mai stati contro nessuno, ci siamo fatti rispettare per le nostre scelte e questo a fatto si che la nostra attività non arrecasse danno a chi c’era prima e a chi è venuto dopo. Abbiamo collaborato con le diverse istituzioni esistenti e il nostro lavoro è stato utile ad altri per aprire lo sguardo su nuove esperienze e modalità espressive, libere dal mercato e dai suoi turbamenti.

Da cosa nasce il tuo interesse come artista nell’aprire e gestire un project space?
Pensi che questo progetto sia un’estensione del tuo lavoro come artista, intendendo quindi la pratica curatoriale un medium al pari di altri, oppure si tratta di due ricerche separate? Quali sono i campi che la curatela ti permette di esplorare, se paragonata ad altri media?

Dal desiderio di confronto e condivisione, quello che ogni artista dovrebbe avere per poter crescere. Il rapporto tra artista e artista è molto diverso che tra artista e gallerista, c’è decisamente più osmosi, un’alchimia differente. La questione della curatela, l’abbiamo detto fin dal primo comunicato stampa, è qualcosa che ci ha permesso di creare un dialogo verticale con gli artisti, è stato un modo per ridefinire filosoficamente l’opera al di fuori dalla sua primigenia concezione. Tutti oggi sanno che se bisogna ringraziare qualcuno, questo è Harald Szeemann.
Per quanto riguarda il mio lavoro invece, credo che la curatela sia certamente un mezzo con il quale si possa creare un certo distacco dall’opera, farla vivere in uno spazio semantico differente, questo è molto importante. Non so definire con certezza il confine tra la mia opera e le scelte “curatoriali” che faccio, né posso dire di essere un curatore nel senso classico del termine, perché non lo sono. La risposta si trova in uno spazio che non è definibile, nessuno credo abbia un pensiero che si mette in moto a comando e per compartimenti stagni, ogni scelta mi rappresenta, è frutto dello studio e dell’esperienza che è maturata con il mio percorso.

Uno dei formati espositivi spesso utilizzati da Brown è la doppia mostra personale, basata su un dialogo e un confronto diretto fra due artisti. Perché questa scelta? In che modo vengono selezionati gli artisti che esponete? Che tipo di relazione c’è in partenza con loro e come si evolve nel tempo?

Questo era un format che abbiamo utilizzato nel primo periodo di Brown, poi lo spazio è stato sempre occupato da progetti specifici. All’inizio aveva un senso mettere in relazione ricerche affini provenienti da paesi differenti, per creare dei legami che avessero molto più spazio sia mentale che fisico di mezzo.
La scelta degli artisti è sempre legata alla nostra esperienza personale, abbiamo con loro già una forma di scambio reciproco, non lavoriamo mai con artisti che ci inviano il portfolio o che non conosciamo direttamente. Ogni scelta è un’occasione per consolidare un rapporto di stima e favorire una dimensione diversa di scambio che da noi viene cercata in ogni occasione. Non abbiamo mai pensato di dare spazio ad artisti che già erano noti o lavoravano con gallerie e quant’altro. Il nostro pensiero si è sempre rivolto a persone che non avessero ancora avuto l’occasione di poter presentare un progetto di grande rilevanza, per questo abbiamo lavorato esclusivamente con artisti alla loro prima personale assoluta o per la prima volta a Milano o in Italia per quanto riguarda gli stranieri.
Dirigere uno spazio da la possibilità di essere invitati a progetti più ampi e nuove occasioni espositive e questo è quasi sempre il momento per confermare quel tipo di sodalizio che si viene a creare tra noi e gli artisti con i quali abbiamo avuto uno scambio maggiore o che continua nel tempo, anche al di fuori dello spazio di Brown.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 7: TEMPORARY BLACK SPACE, BERGAMO

Temporary Black Space è un collettivo di artisti e curatori indipendenti fondato nel 2008 che fa principalmente riferimento a uno spazio-laboratorio situato a Bergamo Alta. La forte connotazione dei suoi allestimenti, in cui diversi materiali si stratificano formando “situazioni pregnanti”, genera una ri-identificazione di luoghi, oggetti e significati. Gli eventi organizzati sono una risposta alla necessità di creare un sistema organico, frutto della contaminazione tra diverse persone e discipline, attraverso il quale proporre modi per intendere l’arte, la cultura e le relazioni sociali.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Significa confrontarsi con situazioni che spesso non sono abituate a recepire ciò che proponi, ma significa anche avere la libertà e il piacere di relazionarsi con persone che apprezzano sinceramente la possibilità di incontro, riflessione o scoperta che gli stai proponendo.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Con il territorio ci interfacciamo continuamente, attraverso progetti che possano essere compresi e al contempo ci lascino buoni margini di sperimentazione; per noi diventa una palestra in cui provare “nuove formule”. Con il panorama più ampio abbiamo contatti attraverso artisti o curatori che ci capita di incontrare e a quali abbiamo la possibilità di trasmettere la vera natura del nostro lavoro.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Le risorse sono offerte dalla conoscenza del luogo, del contesto e delle dinamiche che lo regolano, le difficoltà possono provenire dalla scarsa  consapevolezza, sia del pubblico che delle istituzioni, di quali siano le dinamiche che stanno dietro a una proposta artistica.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Pensiamo di essere riconosciuti in quanto spazio che fa proposte del tutto svincolate da qualsiasi altro format che si possa trovare in città, e in generale come realtà dall’approccio molto impegnato in senso sperimentale tout court. Abbiamo raggiunto (e stiamo raggiungendo) questa condizione unicamente attraverso la persistenza e l’incisività delle nostre proposte. Per noi resta di primaria importanza la sensibilizzazione, anche se indiretta, rispetto a questioni quali la Ricerca, in quanto vero valore di un progetto, a cui si aggiungono la Sperimentazione, l’Entusiasmo, l’Umanità e la Meritocrazia. Vorremmo creare dei processi di ri-connessione con la realtà molto più reali ed utili per il pubblico e mantenere una sensibilità verso quelle che sono problematiche piuttosto vaste. Un esempio pratico molto semplice è dato da come, nel fare progetti, cerchiamo sempre più di non consumare inutilmente energia ed evitare elevati impatti ambientali come di solito succede con la produzione artistica. Le opere inquinano, sì, purtroppo..e mai come ora bisogna prestarvi attenzione, specialmente in Italia.

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L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 6: FONDAZIONE BRODBECK, Catania

La fondazione Brodbeck è stata costituita nel 2007 con il fine di produrre e presentare opere di artisti in grado di modificare i confini del fare arte. Essa, situata all’interno di un complesso postindustriale situato nel cuore della vecchia Catania, più precisamente nel quartiere storico di San Cristoforo, opera con l’intento di trasformare l’intera area in un polo di riferimento per l’arte contemporanea, innovativo nella modalità di produzione e presentazione delle opere e nella capacità di attivare sinergie interne (connubio tra i percorsi artistici proposti, i programmi di residenza d’artista e l’offerta turistico culturale).

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Se l’obiettivo che uno si prefigge è quello di occupare un posto di rilievo nel sistema dell’arte, operare in qualsiasi periferia è fortemente penalizzante, ma se l’obiettivo è il partecipare alla crescita sociale, culturale ed economica di un territorio, allora la Sicilia rappresenta il luogo migliore per avvicinare l’arte alla vita.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate?

La cooperazione tra tutti coloro che si occupano di contemporaneo è la base di azioni efficaci e visibili. Esiste una forte sinergia tra noi e altre identità che operano in Sicilia. In particolare noi viviamo in una zona a rischio, ma vitale, il quartiere di san Cristoforo, una città all’interno di Catania con suoi orari e sue regole, una scuola di vita per chiunque, dove giornalmente semplicemente “viviamo”, conquistando curiosità e fiducia. Gli artisti in residenza ormai sono subito “individuati” e protetti … liberi di apprendere e donare.

Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Lavorando con passione, qualità e con progetti solidi abbiamo conquistato una certa visibilità e credibilità a livello internazionale, e poi la Sicilia nell’immaginario di tutti è un luogo magico, il ché ci aiuta tantissimo …

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

La risorsa principale è la passione e il desiderio di avere una vera esperienza dell’arte. Il territorio e le caratteristiche della sede fanno il resto. Catania poi non è poi così provinciale, nel senso che a partire dagli inizi degli anni novanta, grazie a movimenti giovanili culturali, è diventata una città molto attiva e sorprendente. Tuttavia di criticità ne abbiamo tantissime, troppe per elencarle qui di seguito … ma una fra tutte è veramente deleteria, perché è quella che impedisce lo sviluppo e la crescita sociale, mi riferisco all’incompetenza che governa nel settore pubblico … ne siamo coscienti e forse per questo Catania esprime soprattutto una cultura sostenuta da privati.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Ancora siamo molto giovani per poter considerare la Fondazione come cardine di un processo di sviluppo significativo. “Voliamo bassi”, coscienti della necessità di realtà come la nostra che nella quotidianità e a piccoli passi incidono nel futuro della collettività.

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Igor Pesce’s Life In Afghanistan Photos Shown On Apple 23-inch Cinema HD Display
2003
Apple Cinema HD Display, Apple Power Mac G5, slideshow di fotografie di Igor Pesce
dimensioni variabili
Courtesy Massimo Grimaldi e ZERO…, Milano

Emergency’s Paediatric Centre In Port Sudan Supported By MAXXI
2010
slideshow
dimensioni variabili
Courtesy Massimo Grimaldi, MAXXI e Emergency NGO

È mercoledì 21 marzo e mi trovo ad un tavolo con Massimo Grimaldi per fargli qualche domanda sul suo lavoro e sul suo rapporto con le istituzioni. Massimo è appena rientrato da Port Sudan, dove si sono avviate le attività dell’ospedale pediatrico di Emergency, costruito con i soldi che l’artista ha vinto aggiudicandosi il premio MAXXI 2per100 nel 2009. Iniziamo quindi a parlare proprio di questa sua esperienza e dell’insegnamento che ne ha tratto. L’artista ammette che la grande lezione che ha imparato da questo premio è che l’arte ha la possibilità di realizzare le utopie che immagina, una possibilità latente e spesso inutilizzata, ma concreta. Un insegnamento che ha sorpreso l’artista stesso, incapace di identificarsi completamente con la retorica del suo ruolo, e che ha da sempre un rapporto contrastato nei confronti del mondo dell’arte, da lui osservato con occhio critico da una posizione laterale, quasi da outsider. Parlando di questa sua incapacità di partecipare con trasporto al sistema dell’arte, Massimo ricorda come già da studente di Alberto Garutti all’Accademia di Brera avesse perso la voglia di abbandonarsi all’incanto che un’opera d’arte è capace di suggerire, preferendogli l’analisi della sua struttura. Ha sempre pensato all’arte come mero linguaggio, come un ambito di sperimentazione delle condizioni espressive dell’essere umano, come una forma di astrazione vicina ad altre discipline quali la filosofia e la matematica. L’artista non crede nella capacità simbolica attribuita all’arte, e si dice anzi infastidito dalla presunzione poco democratica per cui gli artisti dovrebbero avere una sensibilità e un’intelligenza superiore, che legittima la continua ostentazione del loro ego. Massimo Grimaldi considera come sia ancora possibile oggi sostenere il valore positivo della singolarità e della specificità di ogni essere umano; ma a ciò l’artista contrappone un futuro che tende sempre più all’omologazione e alla massificazione, in cui sia in prospettiva impossibile distinguere il valore intrinseco delle cose. Un’inarrestabile sgretolamento della verticalità concettuale dei significati, una tabula rasa pensata dall’artista come una grande opportunità di ridefinizione del futuro. A questo punto chiedo a Massimo Grimaldi cosa l’ha spinto a diventare artista. Egli risponde che si è sempre sentito tale, nonostante abbia paradossalmente sofferto la libertà che gli è stata offerta e la presunta inutilità del suo ruolo. Sono queste le ragioni che hanno portato l’artista a cercare delle forme per rendersi ‘utile’; da qui la sua collaborazione con Emergency. Il legame con questa associazione umanitaria gli ha infatti permesso di trasformare la sua critica nei confronti del sistema dell’arte, che spesso traspariva nei suoi text pieces, da un piano “parlato” ad un piano “agito”. Se il lavoro maturo di un artista si può esprimere con un solo concetto, allora secondo Massimo Grimaldi ciò che definisce la sua pratica è lo stridore del binomio Apple+Emergency. Lo straniamento che deriva dalla contrapposizione fra i due mondi a cui i termini si riferiscono, disegna un suo ritratto abbastanza fedele. Parliamo quindi del suo primo rapporto con Emergency, a partire dal lavoro Igor Pesce’s Life In Afghanistan Photos Shown On Apple 23-inch Cinema HD Display, esposto nel 2003 a Pescara, nella mostra “Fuori Uso”, in cui uno slideshow delle fotografie scattate in Afghanistan dall’amico Igor Pesce durante la costruzione dell’ospedale di Emergency a Lashkar-gah viene mostrato su un computer Apple. L’artista mi spiega come quello fosse stato il primo di una serie di lavori che consistono appunto in slideshow di immagini mostrate sull’ultimo modello di computer Apple in vendita nel momento in cui tali lavori vengono realizzati. Il loro aspetto nel corso degli anni dipenderà quindi dall’evoluzione di tali computer, realizzando uno straniante contrasto tra il loro design e la pregnanza delle immagini mostrate e producendo una riflessione sullo sviluppo e l’obsolescenza dei prodotti industriali. La volontà di ripensare la semplice utilità del suo ruolo di artista, ha portato Massimo Grimaldi a proporre ad istituzioni pubbliche e collezionisti privati, in diverse occasioni, dei progetti consistenti nel destinare i premi per cui concorreva al sostegno delle strutture sanitarie di Emergency, che conseguentemente diventavano il soggetto di reportage fotografici che ne documentavano l’attività. In modo analogo il progetto Emergencyʼs Paediatric Centre In Port Sudan Supported By MAXXI consisteva nel destinare il 92% dei 700.000 € previsti dal bando di concorso del premio MAXXI 2per100 alla costruzione di un Centro pediatrico di Emergency a Port Sudan, documentando in un reportage in progress tutte le fasi della sua costruzione e l’inizio della sua attività. Il reportage è mostrato in una videoproiezione serale su una parete esterna del museo, congiungendo idealmente la sua architettura con quella del Centro. La qualità delle immagini che compongono i reportage diventa per l’artista un problema secondario, di relativa importanza. Queste opere in un certo senso si disinteressano del loro pubblico, poiché ciò che conta realmente è tutta la dinamica del progetto, ciò che ha creato. Nonostante questi lavori possano essere fraintesi come una forma di ‘buonismo’, di beneficenza, l’artista sottolinea come si tratti in realtà di lavori violenti, che mettono alla prova l’eticità delle istituzioni a cui vengono proposti, e la stessa moralità dei giurati che devono decidere se destinare del denaro a un ‘catafalco’ artistico oppure a salvare delle vite umane. Nell’inevitabilità della scelta egli vede una debolezza dell’arte propriamente detta, incapace di proporre alternative che abbiano la stessa forza. Con un’analogia molto efficace Massimo Grimaldi afferma che gli ospedali di Emergency sono per lui ciò che erano i neon per Dan Flavin, e i suoi ricatti morali sono paragonabili a qualsiasi altra tecnica pittorica. A questo punto concludiamo la nostra conversazione con una mia domanda, in cui chiedo a Massimo Grimaldi cosa ne pensa delle istituzioni per l’arte contemporanea e del loro ruolo nella società. L’artista non esita a sottolineare come questi luoghi sembrino spesso al servizio di loro stessi, mentre potrebbero avere un legame molto più forte con la loro comunità. I dipartimenti educativi e didattici di tali istituzioni, da lui considerati importantissimi, dovrebbero svolgere un ruolo maggiormente pedagogico, non soltanto relazionando i giovani con le singole opere o con le mostre in corso, ma dando loro la possibilità di sviluppare un senso critico generale della realtà. Il ruolo delle istituzioni secondo l’artista dovrebbe quindi essere quello di appoggiare e sostenere il cambiamento dello status quo, superando i propri confini e cercando di sfruttare la capacità dell’arte di agire al di fuori delle regole della produzione umana, cercando di avere un impatto non solo sul piano culturale, ma anche su quello sociale. Dopo la costruzione del Centro pediatrico di Port Sudan, la sfida di Massimo Grimaldi è quella di riuscire ad avviare la costruzione di un nuovo ospedale, di trasformare un evento eccezionale ed episodico in una pratica normalizzata, in un modus operandi. L’ambizione dell’artista è quella di far sì che le istituzioni possano commissionargli la costruzione di un ospedale con la stessa naturalezza con cui collezionano opere di altri artisti.

Riassunto di una conversazione avvenuta il 21 marzo 2012 fra Gloria de Risi e Massimo Grimaldi, nell’ambito del progetto La Kunsthalle più bella del mondo, Fondazione Antonio Ratti, Como

DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 6: MASSIMO GRIMALDI

L’ALTRA FACCIA DEL CONTEMPORANEO – INTERVISTA 5: SPONGE ARTECONTEMPORANEA, Pergola (PU)

Sponge ArteContemporanea è un’Associazione Culturale che nasce nel 2008 per promuovere l’arte contemporanea in uno spazio ai margini del circuito convenzionale. Due sono le caratteristiche che compongono l’essenza di Sponge ArteContemporanea: da una parte la scelta di operare nel territorio della provincia italiana; dall’altra un ‘idea innovativa di ricerca artistica che vede curatori e artisti lavorare insieme rendendo incerta la divisione dei ruoli. Questi due elementi si fondono sprigionando una grande forza creativa.

Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?

Lavorare lontani dal circuito nazionale permette al gruppo una straordinaria libertà d’azione e di movimento. Per richiamare una certa attenzione concentriamo il nostro lavoro sulla ricerca. Una ricerca indipendente dalle logiche del sistema. Questa scelta determina una fruizione differente e più attenta dell’opera. Infatti, operando in un sito che non è di passaggio, chi viene a trovarci lo fa appositamente per noi. Siamo lontani anni luce dall’arte vetrina da copertina patinata.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?

Il rapporto con il locale non è facile, dobbiamo ammettere che in questo ultimo periodo, dopo quattro anni, finalmente il nostro lavoro è stato riconosciuto sia dal pubblico sempre maggiore, che dalle istituzioni, mai cercate. Più facile è rapportarsi con il panorama nazionale, dove si respira un’aria meno pesante ed una necessità forte di cambiamento, infatti, il gruppo fin da subito si è posto come tavolo d’incontro e di discussione, per tornare ad un arte più vera possibile. Ancor più semplice è relazionarsi con realtà internazionali, dove i rapporti sono più semplici e la quello che conta più di ogni altra cosa è il lavoro.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?

Le nostre risorse…Vediamo ci siamo autofinanziati, non abbiamo mai chiesto sponsorizzazioni, private, tanto meno pubbliche, non abbiamo una bandiera politica, tutto ciò ci ha permesso di muoverci velocemente e di pensare solo al lavoro ed alla creazione di un gruppo solido. Il primo problema è stato quello di studiare un efficace piano di comunicazione, che potesse darci una certa visibilità. A tal proposito sono stati realizzati un sito internet, che nel corso del tempo, è diventato sempre più completo ed attivo e dei piccoli gadget per far si che la gente si potesse ricordare di noi. Non meno problematica è la difficoltà per raggiungerci, quindi la viabilità, gli spostamenti difficili e i  corrieri che non trovano mai la sede. Ma chi ci cerca veramente ci trova, è questa la nostra forza.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?

Dal punto di vista culturale, siamo al momento una delle poche strutture, potremmo dire anche l’unica ad occuparsi in maniera costante di arti visive contemporanee, portando artisti da tutta Italia e non solo. Dopo le inaugurazioni, stimoliamo la discussione e la conoscenza, grazie ad una lunga cena spartana proprio nella casa in cui è stata allestita la mostra. Dal punto di vista sociale, cerchiamo di promuovere al meglio gli artisti. Per quanto riguarda il lato economico, potremmo essere una risorsa per il nostro territorio, in quanto il pubblico che partecipa alle mostre è spesso di fuori ed è costantemente alla ricerca  di tipicità locali.

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DALL’OGGI AL DOMANI – INTERVISTA 5: CHRISTIAN FROSI E DIEGO PERRONE

Da che necessità è nata e come si è sviluppata nel tempo la vostra collaborazione?

E’ nata un po’ per caso, dopo che Art at Work ci ha chiesto di curare una mostra nel 2010 e si è sviluppata nel tempo perché avevamo delle curiosità e delle cose da dire per cui ci serviva un altro strumento oltre al nostro singolo percorso artistico.

Che importanza e ruolo hanno il dialogo e lo scambio fra di voi? In che modo questo progetto condiviso entra in relazione con la vostra ricerca artistica personale?

La collaborazione oggettiva nasce dall’esuberanza a onde. Questo modo parallelo di lavorare fa da sponda al nostro lavoro e viceversa.

Qual è la motivazione dietro alla vostra decisione di agire come curatori? Pensate che gli eventi da voi organizzati in questa veste siano un’estensione del vostro lavoro come artisti, intendendo quindi la pratica curatoriale un medium al pari di altri, oppure si tratta di due ricerche separate?

Quali sono i campi che la curatela vi permette di esplorare, se paragonata ad altri media?

La pratica curatoriale è uno strumento come un altro. Ma gli intenti sono molto diversi dal nostro lavoro come singoli artisti.
Quando curi ti ritrovi tra le mani una narrazione e la cosa più interessante che ne deriva è l’esigenza di una sorta di recinto all’interno del quale possono scorrazzare le opere che la abitano.

Potete parlarmi un po’ di Eroina, il progetto che vi ha portati in giro per l’Italia alla scoperta delle diverse realtà indipendenti presenti sul territorio?
In che modo e attraverso quali formati avete cercato di raccontare gli incontri da voi vissuti durante la realizzazione del progetto?

Eroina è stato un progetto costruito sulla nostra curiosità di incontrare e conoscere meglio realtà indipendenti sul territorio italiano, ma non solo, anche incontrare persone che lavorano all’interno di grandi istituzioni che da sole, senza farsi scoprire, riescono a garantirne una minima vitalità. Da questa esperienza è nato un blog su cui registriamo tutto il lavoro che stiamo svolgendo: http://www.coalnuber.tumblr.com

Qual è il legame fra Eroina e Artissima LIDO?
Com’è nata l’idea di coinvolgere Renato Leotta di Cripta747 e qual è stato il suo ruolo nel progetto?

Francesco Manacorda era già in contatto con Renato e tutti e due sapevano di Eroina. E’ stato un allineamento perfetto, d’incontri e di entusiasmo. Abbiamo quindi pensato tutti insieme a LIDO, che, oltre ad una sorta di vera e propria “réunion” delle realtà indipendenti a Torino durante Artissima, ha prodotto un libro splendido.

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